Ella diceva queste parole con una voce assonnata, che trascinava le sillabe con ambiguità, quasichè fosse molto stanca, troppo stanca, e non volesse dormire altrove che nelle sue braccia.
Poich'egli non rispondeva, gli mise una mano tra i capelli:
— Non vuoi dormire vicino a me? No?... Perchè non vuoi?
Gli toccava la fronte, le tempie, gli occhi, le guancie, la gola.
— Non sai com'è tardi, amore?... Perchè non hai sonno? Perchè ti stanchi?
Le forcine, che le davan noia nella capigliatura, se le tolse ad una ad una, posandole sul marmo del tavolino. Producevan cadendo un rumore sottile, come di spilli sul vetro. Nel muovere la mano faceva brillare contro il lume il suo rubino meraviglioso. Con le dita, come con un pettine, si ravviava i capelli disciolti.
— Se tu non ti córichi vicino a me, sai che non dormo... Spógliati...
[pg!360] Allora gli disfece la cravatta, e col braccio nudo gli ricinse il collo, attraendolo in modo che la bocca dell'amante s'immerse nella sua gola.
Egli cominciò a baciarla piano piano, ed ella con le dita irrequiete si snudava il petto. Irritata, s'aggrappò alle sue spalle, si torse, affondando il capo nel cuscino, sollevando il grembo, tendendo alla sua bocca l'àpice dei seni erti.
— No, no... spógliati!... — ripeteva.