Sul tetto della casa, forse, o forse nei rami dell'antichissima quercia, un usignuolo cominciò a cantare. Le ghiaie frammiste con frantumi di vetro mandavano sprazzi, simili a quelli che davan i suoi denti nel riso d'ogni bacio, fra i due fili rossi delle labbra. Ella fu sua con tanta disperazione, con tanto delirio, che le sembrò veramente di sentirsi dare la morte, fra [pg!28] vena e vena, per tutto il sangue, fino al cervello, senza patirne, come aveva detto, alcun male.

Nello stesso tempo, e solo qualche passo più in là, diviso appena da leggere pareti, un uomo afferrato già dalla morte vera, da quella bieca e putrida che porta indosso un lenzuolo per coprirsi le costole nude, sussultava in un sonno angoscioso, respirando a fatica il lezzo del suo proprio respiro, con la fronte che si bagnava di uno stillar gelido, l'anima che si rompeva in un tormento senza pace: carcame d'uomo incominciato a marcire.

Ancora una volta era necessaria quella vicinanza, che non è fortuita ma universale, della voluttà con la disperazione, del nascere con il morire: inestricabile nodo che s'aggroviglia nell'ironia continua della vita. Una casa d'uomini dormiva insensibile nella notte bianca, e da due finestre vicine usciva unitamente a sperdersi nell'aria stellata un respiro voluttuoso d'amanti che s'inebbriavano ed un fioco rantolo d'addormentato, ch'era già quasi un rantolo d'agonia. Sopra questi aliti vicini e dissimili, che sono tuttavia la parola di tanti silenzi notturni, sul tetto della casa, forse, o forse nei rami dell'antichissima quercia, un usignuolo, come per ischerno, s'era messo a fischiare.

E forse in quel sopore affannoso, come traverso un velo di lontana irrealità, il malato sognava...

Si rivedeva nella piena giovinezza, povero ma risoluto a far molto cammino, senz'altra ricchezza nella vita che il suo forte ingegno ed un amico più forte. Questi era medico ed egli ingegnere di ponti e miniere, sbalzato dalla sorte in ricche terre inospitali, a tutte le temerità risoluto pur di conquistarsi la vita. E si vedeva nei pozzi profondi, ne' corridoi angusti, malsani di miasmi e di gas asfissianti, con le squadre di operai destinati alle galere sotterranee, armati di maschere e di lanterne cieche, non più simiglianti ad uomini ma quasi a rettili tenaci contro i forzieri della terra; si rammentava le tragedie, gli eroismi laggiù, dove il sole non è mai giunto, e riudiva quel sordo rombo della macchina [pg!29] calata nelle viscere della terra, per rovistarla e ferirla come una sonda nell'utero materno, e rammentava le catastrofi repentine, con gli urli delle vedove e dei figli intorno ai cadaveri carbonizzati...

Poi le ore di vittoria, quando si era messo con i cercatori d'oro, con gli impavidi pionieri che l'umanità spinge come vessilli a' suoi limiti sconosciuti, e quando, per aprire altri valichi alla potenza temeraria dell'uomo, aveva trionfalmente forato il grembo calcareo delle montagne, gettato ponti leggeri come ghirlande di ferro sopra fiumi turbolenti, e condotta l'acqua ove le terre ardevano di siccità, e deviata la piena delle valli di straripamento...

Non amori inutili, non sciocche ambizioni, ma la voglia di vincere, sola e terribile nella sua bellezza, e quest'unico amico del cuore splendente come l'acciaio, che a sua volta vinceva nei dominî liberi della scienza, che scopriva bacilli nefasti, che inventava sieri prodigiosi: questo rinnovatore che le Università si contendevano, questo violento sollevatore d'uomini che lanciava traverso il mondo possa di volumi clamorosi... Certo l'avevano contesa palmo a palmo, fraternamente, la lor terra di conquista, e ciò che aveva spronato l'uno a superare sè stesso era la vittoria del compagno; ciò che li aveva sorretti entrambi nelle ore più tragiche, era soltanto la loro scambievole fraternità. Non mai fra loro un'ombra d'invidia, che non fosse la più generosa emulazione; mai secreto nè diffidenza fra loro, tanto eran certi e fermi nel voler compiere insieme, fra qualsiasi evento, l'intero cammino della vita.

Sì, forse il malato sognava...

Sognava di lei, quando la vide per la prima volta e la guardò per la prima volta con un pensiero d'amore, così bella che gli parve una cosa inaspettata, nuova nel mondo, benchè sembrasse allora un po' malata, e non d'altro forse che della sua faticosa verginità. Si ricordava d'aver comprato per lei forse il primo, l'unico mazzo di fiori ch'egli mai desse ad una donna, e ricordava [pg!30] la prima volta che ardì stringerle una mano, con paura profondamente soave, per dirle infatti ch'era bella, bella, bella, e che l'amava con un cuore ignoto, con un'anima nuova, nata in quel momento...

Si ricordava quella voce di lei, così grave, così lenta, quando chinò la faccia e gli rispose: