— No! — ella rispose, splendidamente, con una singolare forza. — No!
Nel dirlo, si era sollevata con impeto; e in quel momento ella pure si ricordò che una volta Giorgio le aveva detto: — «Come gli rassomigli!»
La sua treccia disfatta le cadeva sopra una spalla; con le dita calme lentamente la riannodò, poi disse:
[pg!366] — Quasi lo sapevo.
— Tu?
— Sì, io. Lo immaginai prima che nessuno lo dicesse, perchè ti amavo e tu mi avevi qualche volta stretta nella tua volontà con tanta forza, ch'io stessa me ne sentivo ardere come fosse mia. Fu negli ultimi giorni, prima... prima che morisse. Ma dopo, ogni volta che questo pensiero mi si affacciava, io lo respinsi, lo annegai nel mio cuore così profondamente, che man mano ero giunta quasi a dimenticarmene. Ma ora, hai fatto bene... sì, hai fatto bene: io lo dovevo sapere come te.
Qualcosa di virile, d'implacabile, ora le splendeva nella fisionomia trasfigurata; la sua bocca d'amante, il suo cuore d'innamorata sapevano dire improvvisamente queste limpide parole. Dal gorgo dormente sotto il velo tenue della sua femminilità saliva in lei questo coraggio come un segno barbaro di bellezza.
— Sì, hai fatto bene a dirmelo, perchè non era onesto che tu solo dovessi portarne il rimorso.
— Non ho rimorso, — egli l'interruppe con una voce sorda.
— Chissà, chissà... — ella rispose. — Non bisogna troppo guardare in noi quando l'anima sente il bisogno di vivere nascosta. Vieni, mio povero amore; sièditi, ascòltami... non voler essere più forte di quello che sei. Guarda: io, che sono semplicemente una donna, ho capita la tragedia che si svolgeva in te, giorno per giorno, ed ho taciuto, solo perchè mi parve che tu lo preferissi. Ma ora, perchè seguiteremmo a nasconderci l'uno all'altra, se nemmeno questo è bastato a distruggere il nostro amore?