— Sst... taci!
Ascoltava, protesa innanzi nello splendore del raggio lunare, che vestiva d'innocenza la sua lussuriosa [pg!31] nudità; teneva un braccio intorno al collo dell'amante, l'altro puntato su la sponda del letto, con le dita aggrappate nella coltre come bellissimi artigli, tra l'ansia del pericolo, atterrita ma pronta. Il respiro contenuto le gonfiava la gola, palpitante ancora di voluttà; i capelli semisciolti le ingombravano il collo bianchissimo; tra i pizzi della camicia un seno erto le sbocciava come una splendida melagrana.
Ma non udiron altro che l'usignuolo infatuato lanciare i suoi fischi melodici nell'odorosa notte, sopra una orchestra lieve che l'accompagnava in sordina, con brividi appena di foglie nei respiri del vento.
Racquetata, ella si compresse il cuore con una mano e s'allentò nelle sue braccia.
— Se mi chiamasse di nuovo, come la notte scorsa? — mormorò.
— Sì, hai ragione. Làsciami.
— Ancora un momento... Guarda quante stelle!
Ubbriacato, egli le passava le dita fra i capelli, posava la bocca su la sua pura fronte.
— Dimmi... — ella fece; — una cosa orribile che finora non ti ho mai domandata... Andrea, tu che sei medico...
Per osare una tale domanda ella nascose la faccia contro di lui, affinchè non la vedesse. — Tu che sei medico, dimmi: È grave?... è molto grave il suo male?