Egli portava sopra l'abito una tunica di tela greggia che gli scendeva sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone come un saio da monaco; l'alta sua persona prendeva in quella veste una apparenza ieratica.

Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose dei gelsomini.

— Il diritto a dare la morte... — profferì una seconda volta, con maggiore lentezza, Andrea Ferento. — Uccidere! La parola bella e terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu non puoi uccidere perchè non puoi creare,» — predicarono i remoti Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria: «uccidere?»

Dalle origini stesse della vita l'uomo non fece che stabilire limiti. È inteso: c'è un male, c'è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come e da chi?

Ah, ecco, intendo! All'estremo, all'ultima pietra milliare della comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete messo, — è incredibile! — questa parola che fa tornar da capo: «Dio». Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non esser uomini, mentre l'averla concepita come uomini vuol dire semplicemente aver dato un nome, null'altro che un nome, ad una sensazione d'impossibilità.

In voi non trovo la mia strada, Evangelisti.

Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia vita vuole una morte.

Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili, sono davanti a un'agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto nascere, e la mia [pg!92] sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo che si prolunga.

O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel sepolcro? Non ammettete l'uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè stesso, l'uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d'una sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo l'ostacolo che lo divide dalla sua felicità?

Chi me lo impedisce?... Cristo? — Cristo era un uomo come me: io non gli credo. La legge? — La legge è stata fatta da uomini come me; non rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più scaltro: la évito. Forse la coscienza? — Essa è paura, è viltà, è un terrore atavico dell'uomo: bisogna insegnarle a volere con inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini, è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti, senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la natura stessa non avesse riservato all'uomo la possibilità di propinare una morte nascosta? Che sarebbe l'amore in sè medesimo, se per lui non fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho amata una donna non mia e l'ho resa madre: mi trovo nell'impossibilità di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto. Lascerò ch'ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei?