E scendemmo verso il cancello aperto, per il viale a pergolato. Il barroccio era senza freno, la strada molto ripida sul declivio della collina; dovevo tendere tutti i muscoli delle braccia per contenere la foga della cavalla, che sentiva il veicolo troppo leggero per la sua possa impetuosa.

Quando fummo nella pianura, oltre il villaggio, e la strada comparve sgombra per una lunga dirittura fra le [pg!112] campagne abbondevoli di frumento ancor verde, le concessi le redini, e la cavalla, con la testa al vento, la criniera ondeggiante, prese una corsa immoderata, fendendo l'aria sonora e comunicando al barroccio i suoi trabalzi.

— Hai paura? — domandai ad Elena, guardandola sotto il vento che fischiava.

— No, no, — ella fece, posandomi una mano su le ginocchia, mentre con l'altra si teneva l'ala del cappello. — Mi piace volare così! — E gentilmente sorrideva dalla faccia china.

Non si udiva intorno alcun altro rumore che lo scalpitar precipitoso delle zampe gagliarde sul terreno battuto e l'ansito della cavalla che scattava inebbriandosi di rapidità. Passavano via le campagne vedute a volo; i pioppi equidistanti parevano inseguirsi l'un l'altro in una fuga opposta, come sbarre di un enorme cancello.

— Gesummaria! — udimmo gridare da tre donne, che sbigottite insieparono. Più oltre, nell'incrociare un immenso carro di erbe falciate, gli uomini che v'eran sopra coricati gridarono e risero. Fu, nel vento, un'eco.

Giunti ad una svolta, rattenni e dominai forte la cavalla, che prese un'andatura meno veloce, mandando fumo dalle narici e dal pelo trasudato.

— Che fuga! — esclamò Elena, traendo un lungo respiro. E si volse a guardare indietro.

La strada passava ora per mezzo ad un terreno alluvionale, onduloso da un lato di leggerissime colline, che infinitamente si perdevano allo sguardo, laggiù, verso il promontorio di Monte Circello, dove un lontano semaforo si delineava nella trasparenza del cielo.

Poi comparve, tra i due canali di Torre Sant'Anastasia e di Torre Canneto, il paludoso eremitico lago di Fondi, memore delle materne Pontine, e dietro il lago vedevamo le gole selvose delle montagne addossarsi, per scendere parallelamente incontro al mare. Poi comparve, sul versante d'una collina bianca di sole, il convento francescano dei Frati Zoccolanti, e d'un tratto, all'uscir da una folta [pg!113] cortina di boscaglie, il Tirreno indolente, che oscillava davanti a noi, radioso e glauco sotto la curva del cielo.