— Non so. Credo sia per la solita faccenda... l'ipoteca.
— Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì, perchè aspetto un amico e non sarò libero fino allora.
— Glielo dirò, signor conte, — rispose il giovine con una ironia garbata.
Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i mercanti.
— È uno dei Rossengo, — spiegai ad Elena sottovoce.
— In quell'abito? — ella esclamò, incredula.
— Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna; il vecchio è milionario.
Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei campagnoli, con il Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava di noi curiosamente. Immaginavo le parole ch'essi dicevano fra quello strepito di risa grossolane, mi pareva di udirli ragionare de' miei dissesti e della donna ch'era meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame, i quali avevano un nonno ciabattino ed una madre guattera, sarebbero divenuti padroni delle terre che da tanti secoli appartenevano alla mia famiglia. E per la prima volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio nome, sentii quasi l'imperioso bisogno di nascondermi davanti a quei servi.
Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio, tra i primi, saltò giù da una vettura, bestemmiando contro i ritardi dei treni e la canzonatura degli orari. Portava una borsa foderata d'una tela greggia, di colore identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo presentai ad Elena.
— Veramente, signora, — egli disse con un leggero [pg!117] inchino, — io vi conosco e voi conoscete me da lungo tempo. Siamo due stranieri, amici d'un comune amico intimo.