— Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi anche. Non posso mai dimenticare la sua voce: pareva un suono d'arpa, delizioso. Parlava un dolcissimo fiorentino, per quanto fosse padovana; quando non discuteva di belle arti era una donna incantevole.

— E quell'altra sua manìa... te ne ricordi?

— Già, la manìa dell'isterismo. Si era fatta uno sguardo isterico, dava la mano, camminava, baciava, con una languidezza di moribonda... e mi faceva spendere il denaro con un furore veramente isterico!

Elena dette una risata per questa imprevedibile sua conclusione.

— Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri amori, — disse al Capuano.

— Che volete mai? Sto diventando bianco.

Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese, per mezzo inselvate, per mezzo scabre. Nell'aria color di cenere passavano i primi brividi della sera.

— Pensa! — io dissi a Fabio; — più di duemil'anni or sono, fra queste gole di monte, un uomo che portava il tuo nome sbarrò il passo al grande Annibale. Tu non sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore.

Egli sorrise dell'allusione velata, ma cercò di eludere il discorso.

— Duemil'anni di storia!... — esclamò. — E noi qualche volta troviamo lunga un'ora!