Fra le sue sopracciglia virili s'incideva un solco profondo. Per qualche minuto camminammo in silenzio, turbati, assorti ambedue.
— Certo — egli riprese, — ho fatto male a parlartene. Ma tu promettimi, Germano, che fingerai di non saperlo nemmeno. Te lo chiedo come un favore. Me lo prometti?
— Se vuoi, — risposi tristemente.
[pg!125] — Sì, te ne prego: altrimenti mi farei quasi uno scrupolo di pronunziare con te il nome d'Edoarda. Oh, se tu vedessi com'è ora! Sono stato a trovarla pochi giorni or sono... Distrutta, povera figliuola! Che pietà mi fece!
Una lenta e fredda paura corse per le mie vene. Chiusi gli occhi e rividi come in sogno la piccola sala di Edoarda, quale mi apparve nell'ultimo giorno, con quella striscia di sole che pertugiava dalle cortine, movendo la sua palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati d'una stoffa delicatissima dal colore un po' languido della rosa di gruogo. Rividi quel caminetto, con gli alari di bronzo, così minuscolo da parere costrutto per i piedi minuscoli d'una bambola di Norimberga, ed i bagliori delle coppe fiorentine che traboccavano di lilla profumato, e quel divano dov'ella era stesa, inerte, come per un supremo desiderio di pace. Mi parve ancora che dalle sue labbra uscisse il tremore di quell'ultima domanda: «Mi scriverai da Torre Guelfa?...»
E scossi il capo con violenza per allontanare quel pensiero molesto.
— Ti ha parlato di me? — domandai a Fabio.
— Sì, vagamente.
— Cosa ti ha detto?
— Mi ha detto: Germano è malato. Lo sapete anche voi?