— Sì, — risposi per consolarla. — Da qualche tempo si è fatto scontroso, pare alla ricerca di sè medesimo, soffre.
— E che diceva Edoarda?
— Edoarda scoteva il capo, forse indovinando la mia compassione. Si torceva le dita e pareva che avesse pianto ormai tutte le sue lagrime. Poi mi raccontò che le scrivevi quasi ogni giorno, che le parlavi molto a lungo della campagna... e non saresti ritornato per qualche tempo.
— Infatti, non potrò tornare... — profferii a bassa voce, quasi arrendendomi ad una certezza intima.
Lì presso era un sedile di corrosa pietra che i licheni [pg!126] macchiavano di segni bizzarri, simili a fiori verdastri. Fabio vi sedette con indolenza e volse lo sguardo in alto, per entro le foglie. Poi, dopo una lunga meditazione, prese a dirmi:
— Tu m'hai chiesto un aiuto, che io non ti seppi rifiutare. Tuttavia, quando mi giunse a Roma la tua prima lettera, il coraggio mi venne meno. Pensai di frapporre ancora un indugio, nella speranza che dopo qualche tempo di convivenza con Elena, la tua passione fosse un poco scemata e forse tu potessi ragionare più freddamente. Sono partito da Roma, te lo confesso, cullandomi ancora in una vaga speranza. Invece ti ritrovo immutato, più pazzo che mai di questa donna, e vedo come finora tu non abbia rimediato a nulla, ma invece ti sii perduto nell'irriflessione di un amore che ti rovinerà.
— Che vuoi? — gli risposi; — la mia volontà non può mutare; il resto non mi spaventa affatto.
— Insomma cosa decidi? — egli domandò, guardandomi con una specie di affettuosa paura.
— Quello che ti ho detto, Fabio. Se vuoi salvarmi non c'è che una strada.
— Ma Edoarda potrebbe anche morirne! — egli mi suggerì, con la voce piena d'angoscia.