Subitamente la voce dell'organo si elevò per l'ampiezza del tempio, come una preghiera sovrumana, la quale parve per un momento raccogliere in sè stessa l'adorazione di tutte le cose che riconoscevano un Dio. Modulata nel suo primo sorgere in tono fioco e lamentevole, man mano si espandeva, cresceva, dilagava per l'aria sonora, cullando tutte le tribolazioni, medicando tutte le sventure, persuadendo gli sconsolati alla speranza, i dubitosi alla fede, i poveri alla miseria del loro destino. La voce cantava sola, nel tempio solenne, piena di eloquenze mistiche, fluida e profonda, mesta e giubilante, come un alito, come un'onda, come un grido, irrompendo con tutto il fiato delle sue dieci canne, per dilagare pianamente verso le altezze immateriali della fede, verso le ineffabili armonie dei paradisi cristiani.
E quando l'organo tacque, una preghiera di vergine fu cantata nel coro, da una bocca invisibile, da una voce che pareva sapesse attingere nei più profondi enigmi dell'amore, del sogno e del dolore le sue divine ispirazioni. Ed era trillante come una squilla d'oro, liquida e limpida [pg!139] più che non sia la musica di una polla d'acque scaturienti, morbida come una piuma che vola. Dopo avere distesamente spiegata la impareggiabile virtù del suo canto, dolcemente moriva in un succedersi di note vanevoli, come un'aria che scivoli tra le corde di una cetra sospesa, come una foglia che finisca di scorrere sopra l'arena, come una fontana che cessi di piovere dentro una profondità.
E i fiori anch'essi morivano, bevendo l'ultima goccia di rugiada serbata nel càlice come una perla; morivano profumando col supremo loro effluvio la imminente sera del tempio, al chiaror scialbo de' cerei, essi, che adoravano il sole.
E v'era, nell'agonìa di quelle anime floreali, la tristezza inconsolabile delle cose che hanno avuta una magnificenza caduca, la disperazione delle creature che sono vissute inutilmente, senza perpetuare la vita.
Una grande malinconìa ci serrò il cuore; i nostri sensi, ebbri di profumo, provarono un lento spasimo, che ci fece d'un tratto impallidir entrambi, Elena ed io, guardandoci.
All'ombra di una colonna ella si strinse tutta contro di me, cercandomi nascostamente le mani. Allora, davanti ai fiori che morivano, agli incensi che fumavano, al bisbigliar delle preghiere sommesse, cauti e paurosi ci baciammo, sentendo per tutte le vene correre il brivido di quel peccato soave.
[pg!140]
V
Fabio era partito due giorni dopo, con la promessa di compiere la sua missione e di darmene tosto notizia. Che sarebbe avvenuto? Nè io volevo domandarlo a me stesso, nè, pur volendo, l'avrei saputo immaginare. Eravamo assai turbati, Elena ed io, nell'attesa del triste avvenimento. La consueta lettera di Edoarda giunse anche il giorno appresso, e poichè sapevo che sarebbe stata l'ultima, ebbi nel leggerla un turbamento insolito, quasi una indefinibile paura.
Sembrava che, per una intuizione vaga, Edoarda presentisse la imminente sciagura, e le sue parole tradivano la mortale ansietà di quelle ore, nelle quali ci si attende ad un male certo, benchè ignoto, e si sente sopraggiungere il passo della persona che ci dovrà colpire.