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«Fra due mesi o poco più, — scriveva Edoarda — il mio lutto finisce. Mancano esattamente ottanta giorni — (ella contava i giorni!...) — al tempo da noi fissato per le nostre nozze. Io, per quel giorno, vorrei essere morta. Le nostre nozze... che crudele ironia! Come mai ho potuto una volta credere alla possibilità di questo sogno assurdo? E però mi ricordo ancora, come in una visione che non appartenga più alla mia vita, la sera in cui fu data questa promessa, e ti rivedo ancora, intento a sfogliare un calendario, un piccolo calendario di pelle rossa, con sopra, in miniatura, una caccia inglese. Era dell'anno passato e mi sembra che fosse di vent'anni fa. Tu hai voluto scegliere il 18 Luglio... un anniversario. Ti ricordi. Germano?... già: un anniversario! Tu, che sei un uomo ragionevole, dimmi: [pg!141] perchè vi sono cose al mondo che non si possono dimenticare? Perchè un'anima prende un'altra, la stritola come in una morsa e poi la butta via? Perchè vi sono coloro che amano sempre e coloro che non amano più?...

«Il primo giorno che ti ho veduto, circa tre anni or sono, tu guidavi al Pincio due cavalli, due morelli, che si chiamavano Bab e Nabab. Avevano le collane bianche, un mazzo di viole ai paraocchi. Non ti conoscevo allora, non sapevo chi fossi. Ma tu mi hai guardata, e, forse pensando ad altro, hai sorriso. Non so perchè, mi è rimasto sempre nella mente il sorriso che avevi quel giorno: freddo, cattivo, e però pieno di fascino. Eri, quel giorno, crudele come oggi, crudele senza volerlo, perchè nascondi nell'anima una crudeltà involontaria, che sente il bisogno di godere delle sofferenze altrui.

«A quel tempo ero bella io pure: adesso non lo sono più; mi hai consumata; e, forse per questo, non posso come una volta illudermi di piacerti ancora. Mi cadono i capelli. Quando vi passo il pettine, la mattina, vi rimangono a ciuffi... Che importa? Se non debbo essere tua, perchè mi piacerebbe rimaner bella? Mi hanno detto che la donna per la quale ti sei battuto è di una bellezza maravigliosa. Certamente, se io fossi come lei, mi avresti amata sempre. Germano, come la vorrei vedere? M'hai scritto che ha lasciato Roma, che non l'hai più incontrata.... Dimmi: è vero? è proprio vero? Ho sognato questa notte ch'ella fosse teco a Torre Guelfa. Non conosco la tua casa; ma l'ho veduta come tu me l'hai descritta: dev'essere così. Perchè ho fatto un simile sogno? Dio!... non è possibile! Dimmi, Germano, dimmi che almeno questo non è vero!

«Eppure mi ricordo sempre una tua frase, che certo hai dimenticata. Fu nei primi tempi, una sera, in casa della contessa Falconieri; e tu le facevi la corte, anzi dicevano che tu ne fossi l'amante. Ella ti pregò di scrivere un motto in un suo libro d'ore. Tu hai scritto così: «Passare, passare passare... ineffabile vita!» E la contessa leggendo rise, poi ti disse qualcosa a bassa voce, nascondendo la bocca dietro il ventaglio.

[pg!142] «Passare, passare!...» Tu hai fatto questo, Germano, ed io mi sono lasciata travolgere dalla tua fuga.

«Poi mi ricordo anche un'altra tua frase, che hai scritta in un mio libro. Diceva:

«L'anima è qualche volta come la primavera: essa ritorna, e ritorna con tutti i suoi fiori.»

«Io non credo più a nessuna primavera; dentro me tutto finisce. Ormai non sono che la tua tristezza, povero amore....

«Quando lascerai Torre Guelfa? Mi sembra che tu non debba ritornare mai più, almeno per me.