— Povero Guelfo, — continuò; — io vi conosco bene, perciò vedo che state passando una crisi.

— Una crisi?

— Precisamente. Siete un ubbriaco morale, avete una manìa d'amore. Sento che i vostri nervi soffrono.

— E come lo sapete voi?

Lenta e blanda si appoggiava contro la mia spalla; v'era nella sua voce qualcosa di torbido, che improvvisamente mi accendeva nella memoria il pensiero delle carezze d'una volta.

— Come lo sapete voi? — feci di nuovo, poichè aveva taciuto. Mi fissò gli occhi negli occhi, con un riso esperto, e disse:

— Non è così, forse? Non è vero che vi esaspera? Io non so come stiano le cose, ma penso che l'amore platonico non sia fatto per gli uomini del vostro temperamento!

E continuò a ridere, di quel riso che m'irritava come una provocazione. La guardai. Un senso d'angoscia mi sopraffece, in cui v'era pure un senso di ostilità contro [pg!15] quella donna, contro quel profumo, contro tutte le cose che faceva o diceva per molestare la mia nervosità. Ma d'un tratto, come sotto il chiarore d'una luce ambigua, mi parve rivedere in lei l'amante di una volta, la donna gloriosa e gioiosa che aveva dispensato il vizio come il suo pòlline un fiore. E mi piacque, perchè aveva la bocca tinta di rosso, il profumo estremamente forte, la gola un poco sfiorita.

Certo se ne avvide: una sua mano furtiva mi cercò.

— Germano, — disse con la voce velata, — se io fossi ancora la vostra amica non vi renderei così triste.