Di nuovo la guardai. V'erano ancora nel suo volto i vestigi di una grande bellezza, gli occhi le splendevano d'un chiarore di gioventù.
— Se fossi ancora la vostra amica... — pronunziò più lentamente, con un brivido.
Ora, davanti a noi, si aprivano i Prati del Castello vasti e bui della solitudine della sera imminente. Fumavano su dalle torri della prigione antica lenti fasci di nebbie crepuscolari, verso il cielo, che da ogni nuvola, gradatamente abbandonava il giorno.
Vinto da una specie di perversità mi chinai su quella bocca troppo vicina, che mi alitava su la faccia il suo torbido e caldo respiro.
— Voi, Guelfo, — mi disse, rannicchiandosi nella pelliccia — voi siete fra que' rari uomini che una donna non dimentica mai. Se non foste innamorato, Guelfo...
E si cacciò le mani freddolose nel tepore dell'ampio manicotto.
— Se non foste innamorato, Guelfo...
— Ma lo sono, lo sono terribilmente... di un pensiero che mi avete fatto nascere voi!
Un riso aperto le gonfiò la gola, e, quasi per dissimularlo, si nascose la faccia nel manicotto, fra un mazzo di viole. Poi, subitamente, cambiando voce, con sottile ironia:
— Come sta, — mi disse — quella nostra povera Edoarda?