— La verità è questa: soffro d'insonnia, non mi riesce di chiuder occhio prima dell'alba, ed allora, due o tre volte per settimana, seguendo un'abitudine inveterata, giro qua e là per la Parigi notturna, continuando a trovar poco interessante questa maniera di vivere, che in fondo è stata sempre la mia.

Si bevve una coppa di Sciampagna, indi uscimmo insieme. Mi stupiva un poco l'interesse ch'egli pareva prendere a tutte le cose mie, ponendomi, senza farne le viste, una infinità di domande accorte. Parlava molto, parlava troppo, ma dietro i suoi discorsi briosi era sempre un filo recondito assai difficile a seguire. Non credendo necessario nasconderlo, raccontai ch'Elena voleva darsi al teatro e frequentava la scuola dell'attrice Grévier.

— Oh, — mi disse, — io conosco assai bene la Grévier! — (E chi non conosceva egli dunque?) — Se volete, potrò interessarmi un poco a questa persona che vi è cara.

[pg!168] Accettai sommariamente, come si accetta sempre. E poichè, ogni volta che nel discorrere si citava il nome di una persona, egli soleva tesserne la biografia, dovetti conoscere anche quella di Jeanne Grévier.

— Per essere figlia d'un panettiere, — cominciò il d'Hermòs, — ha fatto una bella carriera! Sapete: la Francia democratica è il vero paese dove si può dire che la luce venga dal basso. A vent'anni ebbe un processo, perchè sorpresa dalla Polizia in un teatro clandestino, dove agiva interamente nuda, rappresentando certe scene plastiche d'un verismo inaudito. Vi sono anche oggi questi teatri. Se vorrete vi condurrò. Ma, tornando alla Grévier, quel processo fu la sua fortuna. Dal teatro plastico alla Porte Saint Martin, alla Renaissance, al Gymnase, alla Comédie Française, fu per lei tutto un volo, ed un bel volo, con in mezzo qualche avventura di un sapore non comune. Si sa, per esempio, ch'ella passò una intera notte in camicia, chiusa fuori su la terrazza di Gauthier Botrel, questo ardente menestrello meridionale che aveva un suo particolar modo di farsi amare dalle donne e di farsene pagare i debiti. Nel suo camerino v'era un divano celebre, sul quale andò a sedere tutto l'Almanacco di Gotha, e più celebri ancora furono i suoi tre gatti soriani, che dormivano accovacciati ai piedi della sua coltre, anche nelle notti di ricevimento.

— Voi siete un terribile iconoclasta, mio caro d'Hermòs! — esclamai ridendo. — Sotto la vostra implacabile scure, beato chi salva la testa!

— Credete veramente che valga la pena di lasciar in piedi gl'idoli, quand'essi non sono per lo più che abili ciurmatori della buona fede altrui? Tutta la vita non ho fatto che osservare; adesso, qualche volta, mi credo lecito un giudizio. Poi sappiate questo: l'ammirazione che si ha per altri è una debolezza che si riconosce in noi.

— Può darsi. Ciò che voi dite ha sempre il dono di parer vero.

— E tanto basta. Il vero ed il falso non sono che apparenze [pg!169] affatto superficiali. La nostra vita moderna è in fondo una convenzione messa in vigore da uomini rapaci e timidi. Si traversa un'epoca di abbruttimento, si fa uno sforzo enorme per dare alla vita quei pregi che in altri tempi la vita offriva spontaneamente. L'umanità è grottesca perchè si dà l'aria di aver superata la propria natura ed ostenta la convinzione di stare manipolandosi qualche prodigioso destino. Invece non si accorge ch'essa è ciecamente vittima delle stesse fatalità, degli stessi pregiudizi e delle stesse ciurmerie di una volta.

— Che poca stima nutrite per il vostro prossimo, mio grande filosofo!