— Il prossimo!... Ebbene se io vi dicessi che son sempre vissuto a gabbo e ad ufo di questo mio famoso prossimo, e che, pure maltrattandolo, sfruttandolo, deridendolo in mille guise, l'ho trovato sempre d'una bestialità così plateale da non meritarsi nemmeno la mia compassione? Questo prossimo di cui parlate è appunto la forza che impedisce all'uomo l'uso della sua piena libertà; è l'anonimo che ne giudica le azioni, ne crea la fama, ne insidia la pace, con una curiosità ed una malignità così perfide, quanta non potrebbe mettere in opera il più scaltro agente di polizia sguinzagliato alle calcagna d'un reo. E di questo animale dannoso, che ha tutti gli istinti spregevoli della bestia umana senza possederne il più mediocre merito, perchè mai si dovrebbe avere pietà?
— Forse perchè noi tutti, a nostra volta, siamo esseri deboli e possiamo un giorno o l'altro aver bisogno del compatimento altrui. Tutto nella vita è un dare ed un rendere.
— Non siamo ancor abbastanza amici perch'io possa dirvi il mio parere su questi argomenti. Ma lo saremo un giorno, spero, ed intanto seguite il mio consiglio: prendete tutto quello che potete, moralmente e materialmente; non rinunziate a nulla di quanto potrete raccogliere, perchè all'ora del bisogno si ritrovano solamente le beffe. La vita dell'uomo è una cambiale che scade ogni giorno: o la si esige nelle ventiquattr'ore, o il domani è carta straccia.
[pg!170] — Però, visto che ragioniamo di cose gravi, — osservai — qualche volta può esservi di mezzo anche la coscienza.
— Ebbene, la si costringe ad avere buon senso. Nell'uomo forte la coscienza non è altro che l'esecutrice della sua volontà.
— Oh, mio caro, so che parlate per burla!
— No, davvero! E voi stesso, come tutti, almeno cento volte nella nostra vita sarete pur venuto a qualche transazione con la vostra coscienza, senza darvene forse un conto esatto; mentre io, fin dal principio, ebbi il coraggio di rassegnarmi a queste necessità inevitabili.
— Voi parlate di transazioni... Oh, Dio, certo... E chi non ha qualche rimprovero a farsi?
— Io, mio buon amico! io stesso. E per la ragione semplicissima che sono sempre stato il giudice sereno di me stesso. La mia coscienza è di una mansuetudine senza pari, poichè ha dovuto soggiacere anch'essa ad una legge ben più rigida e ben più forte, che si chiama volontà. Poi, sentite: le vie di mezzo sono sempre le peggiori; al mondo non vi sono che due maniere di vivere: onestamente o disonestamente. Ma in entrambi i casi bisogna seguire la propria strada con fiducia e con coraggio, tanto più che fra le due v'è una sola differenza: la prima è noiosa, l'altra pericolosa. L'essenziale è di professare un principio, poichè l'uomo indeciso fra ciò che si chiama, se volete, la virtù, e, se volete, la frode, corre dirittamente incontro ai danni dell'una e dell'altra, senz'avere di nessuna i vantaggi. Io, per esempio, non sono in dubbio mai, perchè ho dato alla mia coscienza la forza di accettarmi e di approvarmi qual sono.
Egli faceva queste ambigue professioni di fede in un modo così naturale, ch'era veramente impossibile non ammirarlo e quasi quasi non dargli ragione.