— Quell'uomo — ella disse, — ha qualcosa in sè che m'ispira diffidenza e timore. Non mi stupirei se un giorno o l'altro egli riuscisse a divenire il tuo cattivo genio.

— Mi credi tanto fanciullo ch'io possa temere le cattive amicizie?

— Non si sa mai, Germano. Costoro son talvolta uomini pericolosi, molto pericolosi!... Stanne in guardia.

— E che ne sai tu?

— Io?... nulla. Una semplice intuizione.

E l'eterna sfinge impassibile scendeva su la sua faccia così bella, ov'erano i segni di tutte le passioni, di tutte le insensibilità. Inutile ormai voler conoscere il fondo di quell'anima: ella sfuggiva, sfuggiva continuamente, come un possesso inafferrabile, ed il mio tormento cresceva. Nell'acerbo amore che avevo per lei mi pareva talora di sentir insorgere una sensazione simile all'odio; l'odio di non potermene impadronire come di un bene mio, di non poterla del tutto conoscere nè dominare, di vedere perpetuamente fra me e lei lo spettro dell'ignoto, rigido e fermo, che rendeva inutile ogni sforzo per guardare al di là.

Ero certo ormai ch'ella mi aveva mentito dalla prima all'ultima parola nel raccontarmi il suo passato; la storia che mi aveva tessuta non poteva essere la sua, non le calzava, era in molte cose dissimile da lei. Mille indizi non traducibili mi davano questa certezza. Tuttavia non volevo tormentarla con nuove domande, parendomi che la cosa fosse puerile, anzi umiliante per me.

Ma la prova de' miei dubbi non tardò ad offrirmisi nel modo più inaspettato.

Una sera il d'Hermòs era venuto a prendermi per accompagnarmi ad un teatro di varietà, ove si dava uno spettacolo nuovo, una specie di «féerie» annunziata con grande lusso di cartelli.

La messa in scena doveva essere sorprendente. Il d'Hermòs appunto me ne parlava.