— Avrà forse trentotto anni. Un bell'uomo simpatico. È di buona famiglia, ma si è rovinato al gioco.

— Lo conoscete voi?

— Sì; perchè? V'interessa proprio questo Duvally?

— No, affatto: una curiosità.

— Durante lo spettacolo saliremo in palcoscenico, ve lo presenterò e sarete soddisfatto.

— Va bene, va bene.

E mi rammentavo quella camera dell'albergo di Roma dove per caso avevo raccolto da terra il telegramma lacerato a metà. Quante cose da quel giorno lontano! Quante volte avevo sorpreso Elena in contraddizione palese [pg!174] con la storia che mi aveva narrata! Ella aveva la manìa di conservare una quantità di piccole cose che avevano appartenuto alla sua vita trascorsa, e talora, un indizio qualsiasi, un nome sopra un ventaglio, un'iscrizione sul margine d'un libro, una data, il nome della città dov'era stato comprato il tal gioiello, il tal abito, la tal boccetta di profumo, cento inezie insomma, bastavano a suscitare in me un dubbio nuovo. Possedeva inoltre un cofanetto pieno di vecchie lettere, che sempre teneva gelosamente chiuso e nascosto. Molte volte, nelle ore d'ozio di Torre Guelfa, mi era venuta la tentazione di violarne il secreto: ma poi la bassezza di un tal pensiero e la paura di essere côlto in un atto così umiliante, me ne avevano sempre dissuaso. A Parigi, entrando nella sua camera, vidi una sera il cofanetto aperto e vuoto sopra la scrivania. Un odore di carta bruciata nella stanza vicina mi lasciò comprendere che aveva distrutte le lettere durante la mia assenza.

Questi fatti avrebbero potuto per sè stessi parer minimi se una certezza morale non avesse profondamente avvalorato i miei dubbi.

Ora mi sentivo insieme lieto e pauroso di aver sottomano il mezzo per tentare una prova.

Quella sera conobbi il Duvally. Era un uomo di aspetto fino, con una limpida fisionomia, la bocca freschissima ed il sorriso attraente. Aveva i capelli di quel colore fra il castano e il biondo che assume talvolta i riflessi dell'oro verde; la fronte vasta, gli occhi azzurri, mobilissimi, astuti. Quella sera il favore del pubblico lo inebbriava, e mi diede prova di una cortesia perfino eccessiva. Nello stringergli la mano, osservai che aveva una mano piccolissima, ben curata, quasi feminea; vestiva con eleganza ed usava maniere piene di garbo. Tutto questo m'irritò.