Finalmente lo stupore cessò. Guardai l'orologio; eran passate le cinque, l'ora in cui per solito andavo incontro ad Elena, reduce dalla scuola.

Che avrei fatto nel rivederla? Cosa potevo risolvere in preda com'ero d'un orribile turbamento?

Frattanto mi avvinse un altro pensiero, al quale non avevo dapprima riflettuto.

Se per caso il Duvally m'incontrasse con Elena? Quale non sarebbe in tal frangente la mia ridicola confusione? Bah!... in questo caso — pensai, — gli dirò d'averla incontrata solo pochi giorni prima, o forse gli confesserò con brio, con spigliatezza, il mio piccolo sotterfugio. Da quell'uomo ch'egli era, certo ne avrebbe riso. D'altronde Parigi è grande, com'egli aveva detto, e non ci s'incontra quasi mai.

Ora un solo desiderio dominava il mio spirito: quello di apparecchiarmi una sottile vendetta, mostrandole che non m'ero del tutto lasciato ingannare dalle sue menzogne.

E per la prima volta conoscevo nell'amore questo acerbo sentimento che si chiama la gelosia del passato, più terribile perchè distante, non precisa, piena d'immaginazioni a cui nulla può dar pace. Non andai a prender Elena quella sera e camminai per le strade a lungo, elaborando il mio disegno. Tornai, senz'averne costrutto alcuno, ma solamente deciso a farla soffrire.

Quando rincasai, ella stava seduta nella sala da pranzo vicino alla finestra, e leggeva. Su lei, sul libro cadeva una luce rosea da un paralume di trine.

Udendomi entrare, si alzò, mi corse incontro festosa.

[pg!182] — Perchè non sei venuto a prendermi? — domandò, serrandomi le braccia intorno al collo. Spargeva intorno a sè un profumo fragrante, che pareva sbocciasse dalla sua persona come da nascosti fiori.

— È trascorsa l'ora senza che me ne avvedessi. Perdonami, — le risposi.