— Non hai altro da dirmi?

— Cosa ti potrei dire?

— Buona notte, allora.

— Buona notte.

Me ne andai nella mia camera, indispettito per quelle sue risposte brevi, per l'impassibilità del suo viso. Mi gettai [pg!206] sul letto vestito e mi posi a meditare. La mia vita non era gaia. La donna che amavo, e nella quale avevo riposta una fiducia così grande, si allontanava da me irrimediabilmente; gli amici, la tranquillità, la ricchezza, tutto era perduto. Il pensiero corse, corse via sbrigliatamente, e fece un epilogo sommario di tutto quanto il passato. Pensando, il sonno mi gravò su le palpebre e nel dormiveglia ebbi una visione confusa. Mi vidi in Roma, nel mio palazzo ripristinato con il denaro dei Laurenzano, ancor padrone di cocchi stemmati, e, fra le belle adunanze dei principi romani, un'altra volta re dei conviti, signore delle alcove, maestro di tutte le eleganze... Fu, nel dormiveglia, un sogno; null'altro che un sogno. Sparve; mi destai con la testa greve, le membra indolenzite. Scesi dal letto, e sospingendo l'uscio vidi Elena che stava sempre nella medesima positura, con gli occhi fissi all'alto, fumando.

— Che fai? — le dissi. Elena si turbò ed ebbe un tremito per tutta la persona, come se avesse anch'ella sognato.

— Hai dunque deciso di non dormire questa notte?

Non mi rispose, ma vidi che gli occhi le si empivano di lacrime. Le andai vicino e mi sedetti.

— Che hai? — le dissi ancora, con un accento più amorevole.

Ella mi tese una mano, piegando la faccia sul petto.