Io, finora, quantunque navighi per acque procellose, non vi penso affatto. Volevo imprendere un commercio, o trafficare in Borsa, ma l'una e l'altra cosa per ora non sono avanzate d'un passo. Confido molto in Gualtiero Alessi, che tu pure devi conoscere, il quale vive a Parigi, da molti anni ed è notissimo nel ceto bancario. Così attendo; e l'attendere, come sai, vuol dire starsene con le mani in mano alla mercè del caso. Elena invece si è mostrata piena di energia; frequenta con assiduità una scuola d'arte drammatica e sarà presto attrice, poichè si dice che debba riuscire a meraviglia. Non potrò mai abbastanza dipingerti quanto la natura di questa donna sia bella ed ammirabile. Mi ha dato giorni d'intensa felicità.
Ma l'uomo che hanno invidiato, che fu maestro nell'arte del vivere, oggi, mio buon Fabio, è vicino a compiere la sua parabola di decadenza. È deplorevole, ma non lo posso tacere. Il denaro è finito; e non certo il denaro io rimpiango, ma la bella padronanza ch'esso mi dava di me stesso e d'altrui; non il denaro, ti dico, ma tutte le sovranità che mi attribuiva questo scettro perduto. Se di me ti domandano di Roma, di' solamente che vivo una vita tranquilla. E tu, se non mi serbi rancore, scrivimi qualche volta, chè troppo il tuo silenzio mi lascia il cuore deserto.
Scrivimi anzitutto se ora sei lieto per le cose tue, poi dammi ogni notizia la quale mi possa concernere: dimmi [pg!221] che avvenne dopo la mia partenza, quali furono i giudizi degli amici nostri e — per la pace della mia coscienza — dimmi anche se la tranquillità è tornata in quella triste anima che ho fatta soffrire.
Serba nel cuore l'amicizia ch'io ti mantengo immutata e volgimi qualchevolta un pensiero d'affettuoso ricordo.
Guelfo».
Alcuni giorni dopo aver scritta questa lettera mi recai senz'altro da Gualtiero Alessi, dicendogli che mi ero finalmente deciso a praticar la Borsa, premendomi d'incominciar subito alcune speculazioni che m'avevano consigliate. L'Alessi cercò di spiegarmi come il venir dell'estate portasse un rallentamento notevole in tutti gli affari e come sarebbe stata miglior cosa indugiare fino all'autunno. Ma io con molte ragioni tanto lo convinsi, che accettò di aprirmi credito nella sua banca ed acquistare a mio nome una certa quantità di titoli minerari, sui quali la speculazione era vivissima in quei giorni.
La cosa non era onesta, perchè gli avevo dovuto mentire su molte circostanze; non solo, ma se la speculazione fosse fallita, non avrei potuto risponderne altrimenti che vendendo Torre Guelfa, e ciò con indugio, con vergogna e con rimpianto. Ma non era più tempo di scegliere la strada migliore: le mie strettezze crescevano; le rendite delle mie campagne, affidate ad un amministratore in Roma, non bastavano per pagare gli interessi ai molti creditori, e, finito l'ultimo denaro, non avrei saputo a qual rimedio appigliarmi. Dunque non potevo contare che sopra una salvezza disperata.
Forse da me solo non avrei osato; ma il d'Hermòs, scaltro e cauto consigliere, m'insegnava che gli scrupoli sono timidezze in un cuor virile.
Presi allora l'abitudine di passare ogni mattina qualche ora in Borsa; la sera di quando in quando mi recavo con Elia dalla contessa di Clairval, a tentare la fortuna delle carte in quella casa equivoca, non osando mostrarmi [pg!222] nei Circoli dei quali ero socio, per non rendere palese la mia decadenza. Vi rivedevo la piccola Yvonne, che al giuoco era per me una specie di talismano, ma che talora mi metteva in angustie per il suo modo inopportuno d'ostentare la nostra familiarità.
Una sera Elia, prendendomi a parte, mi disse a bruciapelo: