— Bah!... tu parli così perchè vi odiate a vicenda.

— Io non la odio; lei forse.

— Ma per qual motivo? Non me lo ha voluto dire.

— È una storia piuttosto complicata. Intanto ha creduto che io volessi farle perdere il suo amante, il senatore Vautrier, quello che possiede le grandi fabbriche di velluti... Mentre si trattava di ben altra cosa.

— E precisamente?

— Oh... inezie! Te lo racconterò un'altra volta. Mi odia poi per un'altra ragione, più delicata...

[pg!223] — Sei stato il suo amante?

— No; lo fui di sua madre, che morì giovane, lasciandola in condizioni da poter divenire una donna onesta. Ebbi il torto di non abusarne allora... Sono delicatezze, queste, che una donna intelligente non perdona mai.

E se ne andò ridendo. Quest'uomo, in alcuni momenti, esasperava i miei nervi, e quanto più mi sentivo divenire la sua preda necessaria, tanto più la mia fierezza lo respingeva con una specie di sorda ostilità. Era vicino — e lo intuivo — lo scioglimento del lungo nostro equivoco: le sue parole di giorno in giorno si erano fatte più esplicite; mi pareva che ogni volta, quando ci si vedeva, egli stesse per farmi una proposta, e non sapevo qual fosse nè sapevo se l'avrei accettata o respinta. Ciò che più m'irritava era la chiarezza delle sue intuizioni, era quell'indagine cauta e sicura che gli avevo lasciata compiere sul mio spirito e sui casi miei. Certo io potevo servirgli a qualcosa; ma poichè nel medesimo tempo egli conosceva i miei dissesti, doveva solo contare su quanto ancora possedevo d'intatto, e cioè il mio nome, le ottime conoscenze, il grande prestigio della mia perduta signorilità.

Voleva che andassimo a passar l'estate insieme.