— Tanto meglio.

Due giorni dopo feci vendere i titoli con un guadagno di quindicimila lire, che, con altre seimila ricavate la settimana antecedente, provvidero a sollevarmi dal disagio. Credetti per un momento alla resurrezione: molto spesso il giuoco mi aveva dal nulla procacciato guadagni assai notevoli. Per prima cosa mi recai da un gioielliere, il quale aveva nella vetrina un anello, che un giorno Elena, passando, aveva tanto ammirato. Entrai, me lo feci mostrare. Era un brillante bianchissimo, tagliato a forma di cuore, con l'incastonatura di smalto azzurro.

— Quanto costa?

— Per lei quattromila lire, signor conte. — Pagai senza mercanteggiare, ed in quell'atto mi pareva di rinascere. Tornando verso casa, tutte le vie di Parigi mi sembravano belle come non mai. Quando Elena mi venne incontro, presi una sua mano, le passai l'anello in dito, poi tenni la sua mano prigioniera.

— Non guardare! È un regalo che ti faccio. Ho guadagnato molto denaro.

Ella svincolò la mano ridendo; guardò l'anello, mi fissò con aria stupita e riprese a considerare il brillante.

— Oh, ma sei pazzo! — esclamò. — Lo sai bene che non voglio regali!

— Perchè, Elena? Mi fa un piacere infinito regalarti una cosa che ti piaccia.

— Ma tu non puoi, non devi, spendere il denaro a questo modo. Che magnifica pietra.

— Ti ripeto. Elena: ho guadagnato molto.