— Guarda come ti sta bene!

Poi si parlò della campagna:

— Andremo al mare, od in montagna, come vorrai. Passeremo un'altra estate, noi due soli, in un luogo tranquillo, come a Torre Guelfa l'anno scorso... Vuoi?

Ma due giorni dopo, mentre passeggiavo prima del pranzo m'incontrai con il segretario dell'Ambasciata Italiana, il conte Vigna, che volle a tutti i costi condurmi al Circolo della «rue Volnay». Si giocava una partita violenta; mi venne la tentazione di prendere un banco. Pensai che nella vita un nonnulla produce talvolta le grandi cose; poi mi sentivo allegro: tentai. Perdetti, e me ne volli andare. Ma per abitudine il cassiere, come faceva una volta, mi portò alcuni gettoni da mille lire. In due mazzi sparirono. Me ne feci portare altri: li perdetti. Questa volta uscii, triste, umiliato, con il pensiero di aver commessa una cattiva azione. Avevo perduto mille e cinquecento lire, in più ne dovevo seimila alla cassa. Pensai alla tristezza di Elena, a tutte le speranze che riposavano su quel denaro sfumato ed ebbi voglia di piangerne io stesso. La strada era lunga per giungere alla mia casa e la percorsi a piedi.

— Infine, — mi dissi, — poco male. Ora non c'è rimedio. Bisognava non andarvi.

Ma su la porta di casa mi venne un'altra idea:

— Perchè rattristarla? Non le dirò nulla. Dopo pranzo andrò a pagare; tenterò con altre mille lire. Chissà mai?...

[pg!226] E il pranzo passò giocondo.

La sera tornai al Circolo, pagai sùbito il mio debito; ritentai con altre mille lire: perdetti. Ben deciso a non giocar oltre, me ne stetti a guardare i giocatori; oziai per le sale discorrendo con alcuni amici; si bevve un poco, si parlò di cose gaie. Sul tardi entrai di nuovo nelle sale da giuoco, dicendo al domestico di portarmi cappello e soprabito, perchè volevo andarmene. In quel momento si metteva un banco all'asta, e, non so come, un'offerta m'uscì di bocca:

— Mille e cinquecento! — dissi. Il banco fu mio.