Domandai pochi gettoni al cassiere, deciso ad abbandonare sùbito il banco, ma per avventura cominciai vincendo. Alle tre del mattino dovevo alla cassa dodicimila lire. Il Vigna, venendomi vicino, mi consigliò in italiano:
— Vattene, Guelfo! Questa sera non c'è verso che tu vinca.
— Già, è vero.
Vuotai d'un fiato il mio calice di whisky e me ne andai. Presi una carrozza del Circolo per giungere più in fretta: volevo raccontare tutto ad Elena, sùbito, sùbito. Ella pianse un poco, ma non mi fece alcun rimprovero. Aveva in dito l'anello; si levò a sedere sul letto, se lo tolse e me lo diede.
— Prendi; ne avrai forse bisogno.
— No, amore: questo no: — E mi sentii due lacrime scendere giù dalle ciglia, caderle sul braccio nudo.
— Allora, come farai?
— Non so, che importa? Elia forse... oppure scriverò a Roma.
Il giorno dopo non andai a pagare. Mi conoscevano, avrebbero atteso. Non potevo rassegnarmi a rendere quel denaro guadagnato in Borsa poichè mi era tanto necessario. Il domani Elia mi scrisse dicendomi che gli urgeva parlarmi, sicchè mi pregava di passare da lui nel pomeriggio.
Abitava un pianterreno elegantissimo, con sale spaziose, adorne di oggetti esotici raccolti ne' suoi viaggi. Quando [pg!227] entrai nello studio, egli stava scrivendo una lettera di molte pagine, che interruppe a mezzo. La scrivania, vasta come una cattedra, era ingombra di libri, manuali, vocabolari, codici e scartafacci.