— Non cominciare a prender ombra, mio caro amico, e [pg!228] stammi a sentire. La colpa di quest'ambiguità è tutta tua, perchè finora ti sei nascosto.

— Può darsi. Quand'io non vedo chiaro...

— Precisiamo le cose. Tu, Guelfo, sei un irresoluto; null'altro. E il nasconderti poi non ti è servito a nulla, perchè io conosco le tue condizioni, oserei dire, meglio che non le conosca tu stesso.

— Lo so.

— Dunque non ne val la pena; tanto più che io sono un buon confessore, e nel mio confessionale sono venute ad inchinarsi alcune fronti più altere che la tua. Sii franco: tu sapevi benissimo che l'amicizia nostra doveva, in un modo o nell'altro, giungere ad un fine determinato, poichè avresti avute mille occasioni per interromperla, se veramente fossi stato alieno da questa eventualità.

— Non capisco le tue parole, — dissi duramente.

— Via!... sono certo che le comprendi benissimo. Non occorre per ciò una grande immaginazione. Ma, se desideri che si parli con maggior chiarezza, lo farò volentieri. Senti, Guelfo, lasciamo le vie trasverse: tu potresti essermi utile, come potrei a mia volta esserlo per te; lo abbiamo compreso entrambi, e si deve, tra uomini, decidere apertamente: o sì, o no.

— Ricòrdati anzitutto, — gli dissi — che finora io sono sempre stato un uomo onesto.

— Ne sei ben certo? — egli fece ambiguamente.

— Non m'importa che tu lo creda; faccio questa premessa perchè mi sembra opportuna.