— Ebbene, se a te pare un gran merito, ammettiamolo pure. Tu sei dunque un onest'uomo: questo però non vuol dire che io mi creda un briccone, o che, nella sua ragione filosofica, la mia morale valga meno della tua. Ma non si tratta per ora di mettere il nostro io sovra una bilancia. Senti, mio buon amico, tu mi sembri oggi un re senza terre il quale cerchi di riafferrare disperatamente il suo dominio perduto; ma, da solo, ti affermo, è impossibile che tu riesca. Non nasconderti più a' miei occhi; è inutile. Conosco troppo gli uomini e [pg!229] troppi ne ho veduti giungere al tuo segno. Quello che tu sei oggi, sono stato più volte io stesso, nella mia vita: ma non avevo i pregiudizi e per questo mi risollevai sempre.

— Cosa chiami tu un pregiudizio? — feci, per un desiderio di laconismo.

— Chiamo pregiudizio tutto quello che l'uomo non fa per timore dell'opinione altrui, ma che farebbe, quando avesse la certezza della impunità. Da questo immagina quanto la serie dei pregiudizi è grande. Io, vedi, li ho tutti esclusi: vi sono passato sopra, calpestandoli come fango; ciò nonostante — e forse ne stupirai — la coscienza non mi rimorde per nessuna fra le azioni che ho compiute in vita mia.

— Si vede, — osservai ridendo — che nella tua casa la coscienza è un'inquilina poco importuna!

— Non ho ancor fatto visita alla tua, però mi augurerei di trovarla così ben educata com'è la mia.

— Dunque veniamo al fatto.

— Piano, mio caro tu precipiti! Ho molte cose che debbo dirti prima. Intanto permettimi ch'io ti faccia un ritratto morale.

— Volentieri, ma un'istantanea, ti prego, perchè odio la posa.

— Oh, ti fermo sùbito alla tua prima dichiarazione! Tu non odii la posa, no, perchè anzi non v'è nulla di spontaneo, di naturale in te. L'abito che ti sei fatto è una maschera, simpatica se vuoi, di ottimo gusto se vuoi, ma una maschera in ogni modo. Senza questo atteggiamento la tua vita non avrebbe avuta una ragion d'essere. Con esso ti sei dato un carattere, una tua fisionomia.

— E quale di grazia?