— Petronius arbiter elegantiarum aveva meno tradizione, ma più tempra di te. Egli era un intellettuale ed un sensuale; tu non sei in fondo che un uomo profondamente corrotto. Egli era un amabile cinico, tu sei un cinico per svogliatezza. Egli sarebbe stato «l'arbiter» anche in una provincia barbara, o nel circo, tra gli schiavi, o nelle bettole della Suburra, perchè la sua professione [pg!230] di eleganza era in lui, più che un'abitudine oziosa, una convinzione, un bisogno, una bella e continua familiarità. Egli chiuse la sua vita con un gesto magnifico, e morì com'era vissuto, insegnando la sua serena indifferenza. Tu sei stato un arbitro finchè il denaro ti è bastato ad esserlo; ma oggi ti sprofondi nella mediocrità, e, tu per primo, ti riconosci un vinto.

— Oh, insomma, che c'entro io con Petronio! Che c'entra Petronio con quello che mi devi dire?

— Bene, se hai fretta, concludiamo. Io sono verboso; non è colpa mia. Il Padre Eterno, raccontano, con la parola creò la luce.

— E tu?

— Ed io ti dico: Caro Guelfo, mio buon amico, tu stai per andartene a picco. Sei, ti ripeto, un re senza terre, che s'incammina verso l'esilio. Ora, mentre da solo non hai l'audacia nè la forza di risorgere, un uomo ti si avvicina, e quest'uomo son io, il quale ti dice: «Vuoi ritentare la prova? Io possiedo per te qualche arma fatata.» Vediamo; cosa rispondi a quest'uomo?

Lo guardai nel viso, a lungo, prima di parlare; poi dissi:

— Gli domando anzitutto perchè m'aiuta. La sua generosità non mi è chiara.

— Quello che a te serve, serve a me pure. Si tratta di un bene reciproco.

— Allora domanderò a quest'uomo, — seguitai sorridendo, — quali siano le armi che possiede, o se non parli per caso di armi proibite, perchè io non vorrei ferirmi per voler ferire.

— Dio sia lodato! — esclamò con sospiro. — Finalmente parli chiaro! Ecco, ti rispondo sùbito; armi sicure, precise, caute, al maneggio delle quali bisogna senza dubbio esser nati.