— Chissà se il giorno della mia prima recita mi verrai a sentire?
— Oh, Elena, che bizzarrie dici! Come puoi dubitarne?
Ella scosse il capo ripetutamente, con ostinatezza.
— Forse non ci sarai più... ma non importa! Sono sempre stata sola, ritornerò sola.
— Ma Elena!...
— Cosa vuoi rispondermi? cosa? È inutile! Ho sempre taciuto, ma vedo chiaramente la fine. Ora studio una parte in cui v'è questa frase: «Il nostro amore cammina sopra un filo di spada... ma la spada è breve.» Questa frase è fatta per noi.
— Elena, — dissi, — le tue parole mi sorprendono, quantunque non sia la prima volta che mi fai queste nere predizioni. Non ti ho mai voluto bene come ora.
Ed anch'io, Germano, anch'io... — profferì con le lagrime agli occhi. — Ma tutto questo è inutile: c'è per noi un destino.
La strinsi nelle mie braccia e volli ancora parlare; ma ella con la bocca mi suggellò fortemente la bocca. Non so [pg!235] perchè mi sentii nascere nell'anima una infinita, irreparabile tristezza, ed in quell'ora, per la prima volta, dopo essermi trastullato con tutte le cose che nel cuore umano hanno il valore d'un sentimento, compresi che l'amore poteva essere una piaga insanabile, un martirio di tutte le ore. A lungo le nostre bocche rimasero congiunte, in silenzio; molte cose volevo dirle, ma una specie di paura vaga le seppelliva dentro il mio cuore; molte cose anch'ella mi taceva, trattenuta forse dalla medesima paura.
In quel tempo le lettere di Fabio Capuano si erano fatte più frequenti; la prima che ricevetti, dopo il mio ritorno a Parigi, fu questa: