— Ti vergogni?... Ah sì? Perchè lavoro, perchè vedo finalmente avverarsi un mio sogno di tanti anni, perchè tento di provvedere da me alla mia vita, ecco ti vergogni?... — Fece una lunga pausa, dolorosa, gonfia di lagrime contenute, poi seguitò:
— Ma... dimmi? Quando te ne sarai andato, quando non ti rammenterai nemmeno più ch'io viva, cosa farò di me allora? Oh, questo è semplice, tu dici! Dopo di te... un altro! Dopo di te, che importa s'io divenga una donna di strada?... Bah, che importa se pure io mi venda?... E così che pensi?
I folti capelli spargevano di una dorata oscurità il suo bianco volto; grosse lacrime le rigavano la faccia.
— Non parlare così. Tu stessa non puoi credere a quello che dici. — E le andai vicino, mansuetamente, per consolare la sua tristezza.
[pg!257] — Senti!... — ella esclamò, afferrandomi le mani con un moto repentino, — vuoi che lasci il teatro? Vuoi che torni a vivere per te... per te solo? Dimmelo! Se questo ti piace, il sacrifizio non mi costerà nulla. Vuoi?
— No, no... sei buona, ma non voglio questo.
Ella si mise a ridere nervosamente.
— Poi sarebbe anche inutile!... inutile... — mormorò tra quel riso.
— Perchè?
Rimase un attimo a guardarmi con fissità, poi disse: