Feci un rapido gesto di collera, ed ella mi contenne con soavità.
— Forse ora ti parrà un sacrificio, ma dopo me ne sarai grato. Non è colpa tua, nè mia; vi sono ragioni che rendono questa vita insostenibile, almeno a te.
Io, che da lungo tempo vedevo sopraggiungere la necessità di un simile colloquio, mi sentii ferito, quando le sue parole, con tanta fermezza, ne affrontarono l'argomento. Ebbi quasi bisogno di offenderla.
— Fra noi, — presi a dire schernevolmente, — una sola ebbe coraggio; e questa sola sei tu — sei ancora tu. Oh, non v'è dubbio! La tua fermezza è ammirevole! Fra la Elena di Torre Guelfa e la Elena d'oggi sono passati, non due, ma dieci anni di vita. Con un bel raggiro mi offri il mio commiato. Bah... me l'aspettavo, quindi non me ne stupisco affatto.
Ella mi fissò profondamente, senza rimprovero, senza collera.
Sorrise; quel sorriso mi parve, su la sua bocca, una pietà generosa che venisse dall'anima d'una sorella.
— Bisogna sempre difendersi, — rispose. — E tu, per difenderti, mi accusi. È umano, in fondo; ma sai benissimo che non è vero. La mia colpa fu in principio; se avessi avuta la forza di lasciarti allora, non saremmo giunti mai a queste umiliazioni.
— Parole, parole! — feci amaramente. — So che da molti mesi nascondi nell'animo il pensiero di abbandonarmi. Questa sera me ne parli: ti ascolto. Bene: fissiamo il giorno. Tutto e sempre finisce così...
Si era distesa in una poltrona profonda, e premendosi il petto respirava con ansia.
[pg!260] — Come sei crudele! — mi rispose. Gli occhi suoi fissavano un punto invisibile nella oscurità della stanza. — Come sei crudele!