— No, — riprese. — Ognuno ha la propria fierezza, la propria gelosia nell'amore. Vedi, lo hai detto tu stesso: il rimedio non è onesto, e nemmeno sincero forse. Lo proponi, conoscendone l'assurdità. Di fatti, se pure l'accettassi, provvederebbe la forza delle cose a renderlo vano. Ma non temere: io non son donna da scendere a questi patti.

— Elena, — balbettai, — perchè mi comprendi così male? Oh, se avessi taciuto!

Il rossore, il turbamento, il rimorso, fecero di me in quel momento una creatura bassa ed umiliata. Con un atto di vera debolezza m'inginocchiai davanti a quella donna, che ancora una volta mi si mostrava bella e pura; nascosi la faccia nel suo grembo e piansi. Sentii le sue mani congiunte posarmi sul capo, con la lievità d'una carezza, e l'intesi dirmi, piano, come si profferisce un voto:

[pg!265] — Io ti faccio una sola promessa: quella di non amare mai più, nulla, nessuno, dopo di te, — neanche te, se ti potrò dimenticare. Nella vita bisogna essere statue, simulacri di creature umane, ma soffocare l'anima, soffocare l'anima con gioia! Sono stata una cosa tua, cercando sempre di non lasciarti comprendere fino a qual segno ti appartenessi; ma ora mi riprendo, per tornare la zingara di una volta, e non ti farò subire la noia del mio dolore. Guarda: io posso guarirmi sùbito... posso anche ridere!

In quella stanza, nel silenzio della notte già inoltrata, il suo riso mi parve tragicamente sinistro. E questo pazzo cuore, che mai conobbe la natura de' propri sentimenti, provò il bisogno di protendere ancora la sua volontà gelosa e forte su quel dominio che gli sfuggiva, onde mi parve che l'amor mio crescesse, fino a divenire un tormento, fino a sentirsi capace d'improvvise violenze.

— Tu non puoi non appartenermi! — esclamai con ira. — Non puoi dimenticarmi, come io non posso dimenticare te.

Ella si levò diritta, rimase un momento, muta, rigida, fissandomi quasi con odio.

— Lo credi? — rispose con una voce piena di scherno, che mi sibilò fin nel cuore. Dall'alto paralume della lampada le pioveva sui capelli color dell'oro e del bronzo una diffusa luce, formandole intorno al capo quasi un'aureola splendente. Ed io, come se l'avessi già perduta, mi ricordai la sua carne viva, posseduta con tristezza e con furore, mi ricordai le sue labbra che sapevano di primavera e le parole che mi avevano mormorate nelle notti d'amore. La vidi camminare per la stanza, fermarsi davanti ad uno specchio, alzar le due mani con pigrizia per ravviarsi i capelli.

Le andai vicino, e la baciai. Ella divenne tutta bianca, cercò di respingermi, poi, d'un tratto, si mise a ridere. Lo specchio, di fronte, le rimandava il suo riso convulso. Allora, sotto gli occhi, negli angoli della bocca, nel cavo [pg!266] del mento, su le tempie, alle radici dei capelli, nel solco profondo che le si formò tra i sopraccigli, vidi apparire un'ombra che non conoscevo, quell'ombra che somiglia quasi alla paura dell'anima quando incomincia la voluttà.

Fra le sue labbra socchiuse i denti scintillavano, minuti e crudeli; la sua gola scoperta era gonfia di riso e di singhiozzo; intorno ai polsi, per la inquietudine de' suoi movimenti, si udiva un tintinnire di braccialetti che mandavano splendore.