— Non so. Forse domani, forse mai.

Ora, quando ci si parlava, non osavamo più guardarci; entrambi eravamo oppressi da un senso di vergogna, di paura, o forse ci sentivamo pervadere da una disperazione muta. Si disse malata; non andò al suo teatro; vennero a vederla, non volle ricevere alcuno. Rimaneva per lunghe ore nella sua camera, spesso con l'uscio aperto; la vedevo star seduta, in silenzio; talora camminar lentamente, in su, in giù, con un passo inerte, la fronte china, quasi uccidesse la noia di una mortale attesa. Io non uscii di casa per alcuni giorni; andavo da una stanza all'altra, ozioso, trasognato, sentendo quasi operare in me la magìa di un sortilegio. Volevo andarle a parlare; mi alzavo, preso dall'irrequietudine, poi smarrivo la memoria delle parole indispensabili, e tornavo indietro. Una ridda folle di oscure immagini turbinava nel mio cervello e mi sentivo crescere nelle orecchie il rombo d'una voce interiore, che mi andava gridando con accanimento: «Quanto sei vile! Quanto sei vile!»

Mangiavamo a lato a lato, in silenzio.

Cosa passò in quell'anima? nella mia?... Chi potrebbe mai dirlo?

E la primavera intanto fioriva; la strada era percorsa da comitive ilari, con uno sfoggio di colori gai. Quell'anno anzi essa tornava innanzi tempo; dalla terrazza si vedevano gli equipaggi muovere in lunghe file verso il Bosco rinnovellato, e più tardi risalire, per tutto il giorno, avanti, indietro, come se la città intera s'allietasse nel visitare i suoi giardini. Un sole ancor freddo illuminava quella passeggiata festosa, ridendo sui chiari ombrellini delle signore, fra i quali svariavano le giubbe dei cavalieri caracollanti a fianco degli equipaggi, mentre da un lato all'altro si scambiavano saluti e cavalcando facevano bella pompa di maestrìa. Era tempo di freschi amori, [pg!269] di nozze nuove, di cortesi galanterie, d'allegrezze primaverili.

Noi soli, nella nostra casa conscia di troppe sventure, muti, stanchi, avversi, guardavamo dalla fresca terra nascere la primavera invano.

Passò una mattina, mentre stavo al balcone, una venditrice di fiori. Aveva la sua cesta piena di violette e di rose; non altro che violette e rose. La chiamai più volte, poichè non mi udiva. La donna volse gli occhi al mio terrazzo e sollevò il paniere.

— Atténdimi, — le dissi; — ora scendo.

E scesi; comprai tutti i suoi fiori, e la canestra insieme. Salii per le scale portando io stesso quel gran fascio, e mi parve che un poco di primavera entrasse nella nostra casa con quel profumo di fiori mattutini. Li deposi, com'erano, su la tavola nella sala da pranzo, e stetti a guardarli pensierosamente, come si guarda una bellezza inutile.

Povere violette, povere rose, povero me stesso che le avevo portate! Dal poggiolo aperto, l'alito primaverile scorreva sovr'esse, agitando i cálici colmi di gocciole splendenti. Violette e rose, dono vaghissimo e tristissimo per un amore condannato! E guardandole mi rammentai quel giardino di Torre Guelfa, dove c'era una pergola tutta di rose, un piccolo bosco tutto di viole. Pensai ch'essi pure, in quel tempo, aprivano le corolle, i miei fiori d'Italia, e mi sovvenne del giorno ch'eravamo partiti insieme, sul barroccio di Lazzaro, con la cavalla saura tutta infiorata, per andare a Fondi alla festa della primavera. Volli chiamar Elena per dirle: