E così dicendo, le stavo di fronte, la guardavo, immobile, dall'altra parte del letto.
Una piccola ruga fugace le si formò tra i sopraccigli; non rispose, finse di non aver udito e pose l'abito su la spalliera d'una seggiola.
Portava un suo profumo leggero ed intenso, composto con essenze diverse, mesciute insieme, un profumo che rimaneva dietro lei, dovunque passasse, come una traccia soave. Tutte le cose sue, tutte le mie che avesse toccate, sapevano di questo profumo tenace; anche lontano, dopo la partenza, mi sarebbe sembrato di rivivere con lei.
[pg!272] Il pensiero tornò, più vivo: «Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte.... Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.»
Con gli occhi un po' ebbri, che l'amore aveva resi esperti, mentre guardavo il suo corpo ed il suo grembo, vidi la camera dove si sarebbe data ad un altro, il letto, i suoi capelli disciolti. Una gelosia nuova, insana, mi torse lo spirito, ebbi la tentazione di gridarle forte: «Lascia quei bauli! Riponi le cose mie. Non parto più. Non ti posso, non ti posso perdere!»
Ma invece tacqui; pensai ch'era una sciocca debolezza la mia, e che dovevo mostrarmi calmo quanto lei, per non parerle da meno. Sedetti sul letto, fra gli abiti e le biancherie, nel sole. Dall'altro lato, sopra un tavolino, in una grande cornice di pelle incisa a gigli d'oro, c'era un suo ritratto, bellissimo, con un ciuffo di violette appassite fra il vetro e la fotografia. Sul ritratto, in un angolo, queste parole scritte di suo pugno: «A toi toujours... — Hélène» E una data. Parole vuote in fondo, come tutte quelle che ricordano e promettono l'amore. Ma in quel momento mi parvero singolarmente piene d'irrisione; mi parvero quasi un'ultima, sottile ironia, nella eterna commedia del sentimento.
Oh, l'amore, che dice «sempre» — che dice «mai», che misura le sue forze anche al di là dalla vita e sfida in bellissimi lirismi tutte le necessità caduche del nostro infedele spirito! Mi parve in quel momento ch'ella fosse la sola colpevole del nostro abbandono, e mi cacciasse da sè per darsi ad altri amori, vietandomi ormai per sempre i suoi baci, le sue carezze, il suo profumo, tutte le cose che avevo pazzamente amate in lei. Insieme tornavano le memorie, lente, calme, in una luce quasi di miracolo, fasciandomi l'anima d'un involontario bisogno di pianto. E rivedevo la straniera bellissima, dai capelli color dell'oro e del bronzo, ch'era venuta nella mia casa di Roma, una sera — una sera d'autunno — a bere una tazza di tè, davanti al fuoco, nella penombra di una sala ove bruciava, più della fiamma, il profumo dei fiori. «Povera [pg!273] casa! — pensavo; — la rivedrò fra qualche giorno, vuota, e forse non vi potrò più vivere per la memoria di quella sera d'autunno, di quel fuoco e di quei fiori....»
A un certo momento ella mi venne presso, per cercar qualcosa, lì, sul letto, fra le biancherie.
M'interruppe ne' miei pensieri e l'immagine viva si sovrappose a quella del mio sogno; la tentazione fu più forte che la volontà; rapidamente l'afferrai per i due polsi, attirandola fra le mie braccia. Ella strinse le labbra e cercò di sfuggirmi con una mossa repentina.
— Perchè mi respingi? — le dissi. — Non vedi come soffro?