Ella chinò il mento sul petto, chiuse gli occhi, divenne assai più pallida e non rispose. Mi restò vicino, abbandonandomi i polsi ed appoggiandosi appena contro le mie ginocchia.

— Tutto questo non fa male anche a te? — le domandai, piano, attirandola.

Ella scosse il capo, con un rassegnato cenno d'inutilità.

— Credo, — soggiunsi, — che non potrò mai partire.

Restò ferma, come se non udisse, come se non volesse udire. Ma le venne su le labbra quel suo particolare tremito, ch'era come il principio d'una parola non detta. Mi piaceva ripeterle ogni cosa più triste, per aumentare la sua tristezza e la mia.

— Se partirò, — le dissi, — tu mi dimenticherai sùbito. Il tuo teatro, gli applausi, gli ammiratori, ti faranno scordare. Non sarò più ad attenderti nel tuo camerino; dopo il teatro non andremo più a cena insieme, non dormiremo più vicini.... Tutto questo è finito, finito... e sembra un sogno!

Due gonfie lacrime le spuntarono su le ciglia; scivolarono giù, caddero.

— Domani sera mi condurrai alla stazione, e sarà l'ultimo bacio... l'ultimo! Ci scambieremo dal finestrino un saluto rapido, come fanno tutti quelli che vanno via, noi, che siamo stati un essere unico. E ritornerai sola, ti guarderanno, diranno qualcosa dietro di te.... Bah!... questa [pg!274] è la vita. Non ci vedremo più, forse non mi scriverai nemmeno più.

Ed anch'io piangevo, dolorosamente.

Bisognava godere tutto il supplizio di un'ora così definitiva.