— Guarda, — continuai; — le cose nostre avevano presa l'abitudine di stare insieme; ora bisogna scegliere, bisogna dire: «Questo è mio — questo è tuo.» E domani non troverai più le mie cravatte ne' tuoi cassetti, nè io qualche tuo fazzoletto fra i miei, qualche tuo nastro nelle mie scatole per i guanti. Spesso ti lamentavi perchè lascio le sigarette spente in ogni angolo. Non ne troverai più. La tua vita sarà più semplice, più calma, più libera.
Ella barcollò un poco, non sapendo se lasciarsi cadere nelle mie braccia o rovesciarsi all'indietro; volle ridere, piangere, poi un forte singhiozzo le schiantò la gola, e scioltasi bruscamente dalle mie mani andò via di corsa, nella sua camera, chiuse l'uscio a chiave, ed intesi che si era lasciata cadere sul letto. I bauli rimasero aperti, le biancherie sparse, io solo, senza poter comprendere, senza pensare.
Poi lentamente scomparve la striscia di sole; venne il crepuscolo; da una finestra malchiusa entrò qualche alito d'aria fredda; nell'ora del tramonto quella giovine primavera pareva un grigio inverno. In quella penombra mi guardai d'attorno, come per raccogliere in me una memoria d'ogni cosa. Non vidi che mobili vuoti, cassetti aperti, armadi sguerniti, qualche involto su le seggiole, qualche lembo di giornale a terra, e nel mezzo della camera i due bauli spalancati, che parevano sbadigliar di noia, come pigre bestie che si destassero da un polveroso letargo. Lentamente l'ombra cresceva, e con essa i pensieri si facevano più foschi. Dicevo a me stesso:
«Tu non hai saputo essere felice; ora sappi non piangere». E dicevo a me stesso: «Perchè ti disperi? Non hai tu stesso accettato e preparato questo necessario abbandono? Tu, che non hai fatto nulla per il tuo amore, null'altro [pg!275] che aspettarne la fine, perchè lo rimpiangi ora come un grande bene che ti fosse ritolto? Perchè questa irresolutezza? Sii forte! Non cedere alle commozioni che tu stesso ti elargisci. La tua natura d'istrione ti soverchia l'anima. Tu l'ami l'amore ed ami il dolore, ma in verità non ami e non soffri. Sei crudele anche; la tua crudeltà non ha nome. Va! Ti aspetta un'altra vita, la sola che a te convenga. Altre mani di donna, che hai già respinte, ti offriranno forse ancora la coppa ricolma.... Va e bevi!»
Ma insieme con questi pensieri, qualcosa di vero e di grande, un sentimento ancora ignoto, sorgeva; ed era finalmente l'amore, l'amore triste, inguaribile, angoscioso, pieno di gelosie, di paure, che duole come una ferita ed inebbria come un liquore.
Raffinato e perverso, questo amore mi piacque; mi piacque avere nell'anima, per sempre, un flagello, in quest'anima su cui tutte le passioni erano scivolate senza imprimervi un solco. Era il mio primo amore: in quel momento avevo ancora vent'anni.
Più tardi ella s'affacciò all'uscio, per dirmi, come diceva sempre:
— Vieni, è l'ora del pranzo.
— Elena... — la chiamai, sollevandomi con il gomito sui guanciali.
Ma ella si ritrasse rapida e non rispose. Pranzammo vicini, tristemente, per l'ultima volta. Ella vide che avevo pianto, io vidi gli occhi suoi segnati all'intorno da una grande ombra.