[pg!282] — Perchè mi lasci allora? — domandò con una voce sorda, — quasi violenta.
— Sei tu che hai voluto, Elena. E poi...
Rise, rise forte, come se avesse nell'anima una ilarità crudele.
— Ah sì... sono io! sono io! — esclamò, crollando il capo con veemenza. — Io sola!
E poichè la stazione appariva lontana, tra un chiarore nebbioso di lampioni, ci abbracciammo con tutta la forza delle nostre braccia, con tutto lo spasimo che torceva le nostre anime.
Scendemmo; andai a prendere il biglietto, a spedire il bagaglio; e le mani ad ogni gesto mi tremavano come se una crescente febbre consumasse le mie vene. Mancava una ventina di minuti alla partenza; nella sala d'aspetto c'era un angolo semibuio; vi andammo a sedere.
Mi ricordo che un vecchio viaggiatore, con uno scialle indosso, camminava avanti, indietro, ed i suoi passi facevano un rumore pesante nel silenzio della sala.
C'era una monaca, dalla faccia pura e delicata fra i suoi lini bianchi, la quale sedeva immobile sul divano di velluto, poco lontano da noi. S'era spenta una lampadina elettrica ed un uomo, in camiciotto di tela, salito sopra una tavola, stava cambiandola. Tutti, sonnacchiosi, guardavano al suo lavoro.
— Oh, se tu potessi partire con me! — le dissi piano, all'orecchio. Non piangeva; era muta, ferma, assiderata quasi da una specie d'insensibilità. Aveva sollevato il velo a mezzo il volto, e questo velo nero le s'increspava come il pizzo d'una maschera sopra la bocca smorta. Ogni tanto rideva, di un riso atono, ed una contrazione interiore le metteva un sussulto alla sommità del petto. Mi sentivo a poco a poco vincere da una specie di oblìo, ch'era come la distruzione del dolore, la sofferenza infinita, che non soffre più. L'avevo amata immensamente, golosamente, dando a lei sola tutte le passioni ch'erano rimaste aride nel mio passante cuore, a lei sola tutto il profumo che mi aveva profuso nell'anima questo ritorno della primavera, e lo [pg!283] sapevo in quell'ora ultima, senza rimedio e senza pace. Volevo dirle infinite cose: non c'era più tempo, non c'erano più parole. Volevo cadere a ginocchi davanti a lei, o prenderla con violenza fra le mie braccia, o gridare, o farmi e farle del male; ma non sapevo in che modo vincere la fatica dell'interiore mio silenzio, la paura che mi colmava le vene con un senso di fragorosa vacuità, mentre i miei occhi la fissavano senza mai abbandonarla, quasi per imprimere l'ultima bellezza del suo volto nella profonda ombra del mio dolore che partiva.
Un impiegato s'affacciò alla porta e cantilenando si mise a ripetere gli arrivi, le partenze dei treni. Ci levammo; nell'angolo semibuio, sotto il velo umido, la baciai col mio dolore come non l'avevo ancor mai baciata. Sentii che il peso leggero del suo corpo si abbandonava nelle mie braccia, simile ad una cosa morta, e la sua bocca, e le sue mani, ed anche il suo respiro, tutto era freddo in lei, come se non avesse più sangue.