— Anima... anima mia... — le volli dire, o le dissi.

Ella si levò dalla cintura, di sotto il mantello, un mazzo di viole fresche.

— Tieni, — balbettò; — non posso darti altro: le ho prese per te.

Baciai la sua bocca, le viole insieme; ravvolsi quel mazzo nella carta velina che ne fasciava gli steli, e ci avviammo.

— Ritornerò, ritornerò... — mormoravo camminandole accanto. — Aspéttami, Elena... tornerò súbito.

Ed il rumore de' miei passi dolorosamente si ripercoteva nel mio cervello sperduto.

Ci fermammo a piè del treno, davanti ad uno scompartimento aperto, nel quale gettai tutto quanto portavo con me. Un uomo venne, mi domandò il biglietto, lo diedi. E restammo vicini, con gli occhi fissi negli occhi, pieni di stupore, in silenzio.

Gente passò, impiegati gridarono; per tutta la lunghezza del treno si udiva uno sbattere di sportelli. Quando giunsero al mio, la strinsi fra le braccia ancora, fin ch'ebbi fiato, poi salii nel treno, chiusero, e m'affacciai.

[pg!284] Si era fermata un passo lontano, rigida come una statua, con le mani congiunte sul grembo, un piede appena discosto dall'altro, un ginocchio che le formava un piccolo rilievo su la gonna scura.

Intesi un crepitar di ruote, il treno si mosse con fatica, e mi parve che la vedessi lontanare, già piccola, già perduta.