— Su, cercami le bretelle! — gli dissi, tornando a leggere il telegramma per la terza volta.

— Ha ricevuta forse una cattiva notizia? — profferì timidamente.

— No... affatto, affatto! Un telegramma da Roma ch'è arrivato laggiù dopo la mia partenza, — gli risposi alzando le spalle.

— Allora, se permette, io dovrei andare, per preparar tavola...

— Bene, Ludovico, va pure. Qua: dammi la mano, mio vecchio Ludovico. Ti ricordi? È un pezzo che ci conosciamo....

Egli mi toccò la mano, senza stringere, come fanno per rispetto i domestici, quando ci voglion bene.

Non appena egli fu dietro l'uscio, mi prese un movimento d'ira, feci una pallottola del telegramma e la scagliai lontano. [pg!290] Mi parve d'essere come un uomo serrato fra i muri d'un corridoio tenebroso, che avesse da capo e da fondo le due porte murate. Avevo per nulla infranta la mia felicità, ed ora, dovunque mi volgessi, non vedevo che l'irreparabile, il vuoto. Ma il silenzio di Elena mi pesava su l'anima più dell'altra sciagura, poichè in fondo v'era nel destino, al quale avevo creduto sempre, una specie d'indizio che pareva ricondurmi verso lei. Questo pensiero mi dette animo, e cullandomi nella speranza, mi sentii quasi giocondo.

Rapidamente finii di vestirmi ed uscii per recarmi dal Capuano. Egli non era uomo d'abitudini mattiniere; aveva preso il bagno da poco e mi ricevette in accappatoio, con una faccia strabiliata.

— Toh!... sei qui? E senza farmi saper nulla? Ma quando sei arrivato?

— Iermattina, — gli risposi abbracciandolo. — Ma ero così affranto, così esausto, che non ho voluto veder nessuno. E poi... e poi... ti racconterò!