Mi sembrò in quel momento che il mondo si fosse ringiovanito di primavere, l'anima mia di speranze, la mia stessa persona di felicità. Mi piaceva quasi d'aver sofferto, per conoscere la gioia di quel ritorno ed avevo su le labbra diffuso il sapore del primo bacio ch'ella mi avrebbe dato.

Ero sicuro in cuor mio di vincere il suo rifiuto, e la vita, che si apriva dinanzi al mio sogno mi pareva piena d'aurore. Immaginavo le parole che le avrei dette; avevo negli occhi la visione della sua camera sconosciuta, vedevo lei andare dal lavabo alla specchiera, asciugandosi le mani, ravviandosi i capelli. Non tardò a ridiscendere; aveva il mantello aperto e si vedeva in fondo all'abito di velluto viola una luminosa guarnizione d'argento; portava un grande boa bianco, un cappello nero con una [pg!311] folta piuma. Si allacciava i guanti stando su la porta e mi diceva sorridendo:

— Vi ho fatto molto aspettare?

— No; hai fatto presto; vieni.

Uscimmo sotto il portico per attendere una vettura. Tutto il giorno aveva nevicato; in quel momento le stelle ridevano dal cielo sgombro, brillando con gelida serenità nell'aria che il freddo illimpidiva. Accanto a lei mi sentivo buono, ilare, pieno di felicità, e le cose circostanti rispecchiavano il mio giubilo interiore. Quando fummo nella vettura, lato a lato, poichè non osavo baciarla, nascosi la faccia nel suo boa, tepido e soffice, sotto cui sentivo la forma della sua spalla delinearsi morbidamente.

— Non fate così... — ella disse piano, ritraendosi un poco.

— Dimmi ancora «tu»... — la pregai. — Non senti come ti voglio bene?

Ella si piegò verso il vetro per guardar fuori, verso la strada, ove i lumi scintillavano. Poi disse:

— Rimarrete molto a Parigi?

— Elena, — la supplicai — non mi torturare! Sono tornato per rimanere con te, per vivere con te, m'intendi? Non lo desideri un poco anche tu?