— E le lettere che ti scrivevo?

— Anche.

Si giunse; traversammo la sala terrena, piena di gente che pranzava; alcuni ci riconobbero, salutarono bisbigliando: salimmo ad una piccola sala appartata e venne un maggiordomo cerimonioso ad offrirci la lista della cena. Su la parete brillava un grande specchio, che rifletteva la tavola apparecchiata con fiori e cristallerie. Tolsi ad Elena il mantello, il manicotto, ed ella, in piedi, vicino alla tavola, cominciò a sbottonarsi i guanti. Il contrasto dell'aria tepida con il frizzo della nevicata le arrossava un po' le guance; l'ombra d'una piuma le scendeva sino a mezzo il viso e con un moto lento si faceva scorrere in giù dall'avambraccio il guanto, ch'era d'un tenuissimo color sciampagna, e le calzava sino al gomito. Dietro lei, nello specchio, si rifletteva l'abbondanza de' suoi capelli scintillanti.

— Vuoi comandare il pranzo? — le domandai, porgendole la lista.

— No, fa tu.

Sorrisi, e scelsi tutte le cose che una volta ella prediligeva. Il maggiordomo uscì, e venne in sua vece un cameriere, che prese ad apparecchiare. Quando aprivano la porta giungeva con impetuose ondate il suono di un'orchestra zingara.

— È quasi passato un anno, — ella disse, intrecciando le dita sul piatto vuoto e facendovi battere gli anelli.

— Già, un anno... un'eternità! Elena, siamo stati pazzi, veramente pazzi, tutt'e due... io più di te. Ora ti sei vendicata: basta!

— Vendicata? Non è la parola. Ho fatto solamente quello che credevo necessario per il vostro bene. Quando mi sono accorta ch'ero per voi un impedimento, vi ho lasciato libero. Questa non è una vendetta, e credo non possiate rimproverarmi nulla.

[pg!313] — Infatti non ti rimprovero, anzi ti prego. Puoi forse comprendere come sia fatto il cuore dell'uomo? Allora mi piacevi solamente, ora ti amo.