Stava seduta presso la tavola, e tenendo il braccio alzato fissava contro luce il suo bicchiere vuoto; un cerchio di splendore, fermo, saettando fuor dal vetro, le batteva sul polso nudo e luccicava come una medaglia. S'era tolta il cappello, alcune ciocche scomposte le ingombravano la fronte. Guardandola, mi ricordavo con una sensazione terribilmente chiara il sapore che avevano le sue labbra nei baci d'amore; qualcosa di lei passava traverso le mie vene prodigandomi una molteplice carezza.
— Elena!... — le gridai forte. — Elena!
Ella si scosse con un brivido repentino, come risvegliata [pg!318] nel mezzo d'un sogno, poi lentamente, con stanchezza, mi tese una mano. E mentre voleva sorridere, la testa le cadde giù, su la tavola, di schianto. Mormorava:
— Tatto quello che tu soffri, è nulla... è nulla! Io ho fatto di più!
— Che hai fatto? che hai fatto?
— Io, — balbettò — io, quando tu partivi, ero incinta già di tre mesi... e non volevo dirtelo mai! Ora è nata... una bimba, la nostra bimba... e si chiama Evelyn...
Qualcosa mi passò nell'anima che non ha parola: tenerezza e paura, smarrimento e gioia, riconoscenza e vergogna. Se è possibile amare al di là dell'amore, in quel momento l'amai.
— Evelyn... — balbettavo, — Evelyn...
Un rumor sordo e vuoto mi turbinava nel cervello, come un ammulinar di vento. Non potendo far altro, la sollevai nelle braccia e la feci sedere su le mie ginocchia; ella mi rovesciò il capo sovra una spalla e pianse tutte le lacrime che portava suggellate nel cuore.
— Dov'è?... dov'è?... — chiesi.