III
Allora una specie di follìa mi travolse. Dopo avere inutilmente perseguitata Elena e patite per questo amore le umiliazione più dure, dopo essermi trascinato a' suoi piedi come un servo ed averla oltraggiata come un padrone, dopo averle offerto il mio nome per legittimare questa figlia che non conoscevo, dovetti finalmente arrendermi alla sua volontà più forte e partire. Fuggire piuttosto, inseguito dall'ossessione di questo amore, che mi si era infitto nell'anima come una spina lacerante. Ella era perennemente un incomprensibile mistero. Meditai di uccidermi per non soffrire più, e certo l'avrei fatto, se nel cuore, profondo come il fuoco della stessa mia vita, non mi fosse rimasto il pensiero di poterla riavere un giorno.
L'avrei accolta sciupata e macchiata, comunque volesse tornare a me, anche dalla strada ed anche per esserne beffato; avrei tutto sofferto da lei, perfino il disamore, il tradimento, la vergogna, pur di averla sempre vicina e respirare nel cerchio paradisiaco della sua vita. Questo finalmente poteva chiamarsi l'amore.
Ma non volle. Mi giudicò incapace di un sacrifizio duraturo e preferì ella sola provvedere al destino della figlia che le avevo data.
Qua e là, torvo e sfrenato, corsi allora in cerca d'oblìo. Con una sete rabbiosa mi detti al piacere che mi tediava, alla dissolutezza che mi lasciava nell'anima stanca un più enorme fastidio della vita. Ogni coltre mi era insonne, ogni mensa discara, ogni città piccola e cupa; il riso, che andavo cercando, increspandomi le labbra, mi torceva il cuore.
[pg!320] In questa fuga davanti a me stesso imparai quell'intima disperazione che fa dell'uomo più altero un piccolo e miserando essere, il quale cerchi di nascondere alla gente, sotto la maschera dell'indifferenza, la sua rassegnata follìa.
Scialacquavo il denaro; mi piaceva sentirmi scendere nuovamente verso la rovina; c'era in me un uomo che neghittosamente si lasciava uccidere, ma un altro v'era che, riottoso e bramoso, voleva risollevare sè stesso, prodigandosi le dimenticanze più soavi ed insieme le più delicate vendette. Qualche volta, come in sogno, mi appariva la bimba sconosciuta, che di lontano mi tendeva le sue manine rosee, cullata fra le braccia di una madre la quale non le avrebbe insegnato il mio nome.
Sul finir dell'autunno tornai a Roma, desideroso di rinnovare il mio fasto, perchè nessuno potesse comprendere quanto nell'anima mia fossi affaticato e vinto.
Vi giunsi una sera che le torri e le cupole infoscavano tra la nuvolaglia bassa; il Tevere livido serpeggiava sotto i ponti deserti; pareva che una immensa morte fosse calata sulla città neroniana. Dalle suburre antiche tutte le fogne di Roma emanavano per l'aria immobile un odor grave di putredine e di morte.
Presi a vivere largamente, comperai cavalli, offersi banchetti, cercai clamorosi amori; e col volgere del tempo l'abitudine, medicatrice paziente, fasciava d'insensibilità il mio nascosto dolore. Ma era necessario che mi stordissi continuamente, che non fossi mai solo, che non allentassi mai lo sforzo al quale mi costringevo. Andavo in cerca degli amici, delle amiche d'un tempo, visitavo le signore, accettavo inviti, cercavo di mascherare col maggior brìo la disperazione latente.