Quand'ebbi spesa la maggior parte del denaro che mi restava, decisi di tentare nuove speculazioni di Borsa, e ricordandomi di un tal Mariani, che appunto in Borsa passava per uno scaltro faccendiere, una mattina l'andai a trovare.

Questo Mariani era uno fra que' tanti parassiti che [pg!321] ogni compagnia di gaudenti sopporta e nutre nel suo grembo, tollerandone tutte le piccinerie. Quando l'avevo conosciuto al Circolo, quattro anni prima, egli vivacchiava, speculando alla chetichella, servendo il prossimo con astuzia, riuscendo a cacciarsi un po' dappertutto, come un lumacone che a furia di strisciare giunge nondimeno a compiere la sua strada. Giocava per solito con prudenza metodica e taccagna; ma una sera di gran disdetta, squilibratosi fuor del consueto, perdette contro di me nove o diecimila lire. Nessuno vi pose mente; si sapeva che non avrebbe pagato e tutti ridevano della sua disavventura. Impiegò un anno per darmi un piccolo acconto; il resto si prescrisse tacitamente. Sapevo che s'era poi ammogliato con una donna bellissima, sapevo inoltre che sua moglie vendeva care le proprie bellezze ad un certo Wendel, agente di cambio molto facoltoso, e che il buon Mariani subiva la cosa con pacata rassegnazione per la pace e la prosperità della famiglia.

Quella mattina il Mariani stava radendosi la barba. Quando m'annunziarono, venne su la soglia della sua camera con la faccia insaponata ed un asciugamano intorno al collo.

— Guarda mai chi vedo! — esclamò con voce insospettita. — Ma che buon vento ti mena? Entra, entra! Mi permetti di continuare a radermi?

— Figùrati!

Egli, distratto, cominciò a far passare il rasoio su la cute.

— Dunque? — mi domandò con premura.

— Si tratta, mio buon Mariani, di questo. Sono a corto di denari e...

— Ah?... sei a corto di denari? — E fece un movimento così brusco ch'io temetti si fosse almeno scorticato.

— Cosa transitoria, — spiegai; — ma intanto ne sono molto seccato.