[pg!331] Durante l'inverno mi si eran offerte varie occasioni di veder Edoarda, in istrada o nei teatri, ma raramente sola. Nonostante il mio desiderio, m'ero prefisso di non andar nelle case o nelle feste ove supponevo di poterla incontrare, poichè non sapevo in qual modo ell'avrebbe subìto quest'incontro. Una sola volta, recandomi a visitare la contessa di Casciano, l'incrociai mentr'ella passava con un'amica per l'anticamera. Entravo, ella usciva: ebbe, nel vedermi, un piccolo movimento di perplessità, poi entrambe passarono, chinando leggermente il capo al mio saluto. Su l'uscio, donna Eufemia Lanti, ch'era la sua compagna, si volse e mi sorrise. Edoarda portava quel giorno una pelliccia di martora; su le sue scarpine finissime brillavano due fibbie d'argento: questo solo ricordo. Dietro lei rimase un solco del suo leggero profumo, un profumo che le avevo scelto io: soave.
Al Pincio qualche volta la sua carrozza ed il mio cavallo s'incrociarono; in istrada molto spesso la vidi uscir dai negozi. Se l'incontravo durante una passeggiata, la seguivo per un tratto, discretamente, senza darle noia.
Intanto la studiavo. Quando s'accorgeva della mia presenza, il suo passo diveniva un po' incerto ed insieme più rapido; non guardava mai dalla mia parte, non sostava, e tuttavia c'era nel suo modo di camminare qualcosa d'indefinibile, come la compiacenza di sentirsi bella sotto la vigilanza del mio sguardo. Poi, frettolosa, entrava in un negozio; io non spingevo la temerità fino ad attendere che uscisse.
Il mio capriccio di giorno in giorno si faceva più forte; era una curiosità malsana e torbida, era come il desiderio d'un peccato insolito, che mi accendeva e mi sollevava un poco dalle mie tristezze. Ogni giorno cercavo un mezzo nuovo per poterla incontrare.
Il Capuano mi dava molte notizie su la sua vita intima e spesso lo istigavo abilmente perchè soddisfacesse qualche mia curiosità. Vicino a Edoarda egli stava per divenire un di que' cocciuti e fidi cavalieri serventi che spesseggiano intorno alle belle signore, le seguono dappertutto, nella [pg!332] intimità della famiglia e nei ritrovi della vita mondana. Per lo più costoro furono amanti, od anche solo amici amorosi; poi tramonta il regno loro ed altri li soppianta nel cuore della bella infedele. Ma ebbero il favore di qualche confidenza, resero alcuno di que' servigi che si rammentano, o, per la loro professione, s'immischiarono nelle faccende patrimoniali, o furon amici strettissimi del marito; intanto, man mano, i capelli si fanno grigi, l'intimità li vizia, l'umore divien geloso, permaloso, irascibile, e degradano giù giù, fino ad essere l'invitato necessario d'ogni pranzo, il compagno su gli «stages», nelle villeggiature, al mare, in montagna. Rassegnati e bisbetici, fanno da supplente o da superfluo, e son gli uomini a cui volentieri i mariti confidan le lor mogli, perchè possiedono tutte le virtù maritali, mentre non si ritengon pericolosi; cicisbei di gran corte, che il troppo donneare o il troppo amoreggiare ha finalmente ridotti a non destar paura.
Fabio, senz'essere tra costoro, stava per assumerne l'abito e gli attributi. Quell'amore per Edoarda, ch'egli aveva nutrito nell'anima silenziosamente, ora gli si commutava in una di quelle caparbie sentimentalità, che spesso divampano all'avvicinarsi della vecchiaia. Passioni che conservano dell'amore tutto il furor triste, l'amara gelosia, con un senso penoso di rinunzia e senza quella bellissima temerità che distingue l'amore, cioè la pretesa del possesso.
Era il secondo abbandono che faceva di lei, forse il più doloroso. Dopo averla adorata senza mai dirglielo, aveva saputo compiere la più alta rinunzia per vederla felice, per darla a me; invece se l'era presa Piero De Luca, vagheggino facile di morale, di lingua e di spada, ex ufficiale di cavalleria, notissimo nelle cacce, negli ippodromi, giuocatore sregolato, uomo avventuroso, destro, pieno di coraggio e di fede in sè stesso. Dicevano che la generosità d'un amante gli avesse più volte salvata l'uniforme, quell'uniforme attillata ch'egli portava con tanta spavalderia. Ora, da qualche anno, aveva lasciato l'esercito; non lo si vedeva [pg!333] più pavoneggiarsi di quella sua lunga sciabola rumorosa, o danzare a tutti i balli con eleganza compiuta; ma si dava interamente ai cavalli, ora sopra tutto che il denaro dei Laurenzano gli permetteva di nutrire una scuderia da corse, oltre una decina di cavalli per concorsi ippici e per le cacce nella campagna.
Il Capuano lo aveva sempre avversato, prima e dopo il matrimonio, nè si tratteneva dal farlo comprendere a Edoarda. Senonchè il De Luca era un marito come ve ne sono molti, fra quelli che han sposata una dote, e dei quali si crede, per questo solo, che debban esser pessima gente. Il De Luca, — e Fabio doveva pur convenirne, — era gaio in famiglia, non molesto, cortese; accompagnava sua moglie volentieri, le usava un'infinità di premure, la colmava di regali, questo, beninteso, con il denaro di lei. Ancora non gli si conoscevano amanti; con le antiche — le quali eran molte — si mostrava d'una correttezza irreprensibile: non era inoltre geloso, non scontroso, di belle maniere e liberale: «pareva che in quel denaro egli ci avesse guazzato fin dall'infanzia»; — e questa era una frase del Capuano.
Aveva in addietro appartenuto al nostro Circolo, poi se n'era dimesso. Ora lo avevano ripresentato ed accolto a pieni voti. Uno dei proponenti, s'intende, fu il Capuano. Ma il De Luca non veniva che ad intervalli; dopo il matrimonio aveva lasciato il gioco e passava la vita fra le scuderie, gli ippodromi, gli allevatori e gli allenatori di cavalli.
Mi ero domandato sovente se Edoarda lo amasse. Fabio pretendeva di no. S'egli amasse Edoarda? Forse.