Sapevo che tutte le mattine ella passava per Piazza di Spagna, e vi passai; sapevo che la domenica andava alla Trinità dei Monti con altre signore, e la domenica passeggiai verso la Trinità dei Monti.

Solevo portare nello sparato della camicia una goccia di rubino ch'era il castone d'un antico anello; Edoarda me lo aveva regalato, non so più in quale ricorrenza. Ogni sera, quando supponevo di poterla incontrare in un teatro, portavo quel rubino. M'era pur rimasto, nella casa di Roma, un gran mazzo di cravatte ch'ella mi aveva comperate, perchè a quel tempo amava occuparsi d'ogni cosa mia. Ed allora, ogni mattina, per andare in Piazza di Spagna, ne misi una: conoscevo la sua memoria tenace, forse le avrebbe riconosciute. Facevo queste cose puerili e mi pareva di non amarla; per lei non provavo che un senso di gelosa inimicizia, una curiosità piena d'irritazione. La cercavo tuttavia, con il pensiero assiduo, mentre il desiderio di rivederla diveniva per me un bisogno assillante.

Pensavo: «Ella sa che ogni mattina l'attendo in Piazza di Spagna. Perchè ogni mattina la rivedo? Perchè non sceglie un diverso cammino?»

E la lentezza di questa insidia mi tentava. Quando la primavera fu tutta sbocciata, le fioraie scesero su la piazza con canestre riboccanti. Allora, ogni giorno, ella si fermò a comperare qualche mazzo. Talora, essendomi coricato all'alba, duravo gran fatica nel trarmi dalle coltri; pur mi levavo, poichè ogni altra cosa mi sarebbe sembrata priva di uno scopo, il giorno che tra quei fiori non l'avessi incontrata.

Veniva pure i giorni di pioggia, e le fioraie nascoste sotto grandi ombrelli la salutavano al suo passare. Pensavo: «Come avvicinarla? come dirle o scriverle una parola?» E mille infantilità, mille vecchie astuzie da innamorati [pg!336] mi si affacciavano alla mente; ma sùbito le respingevo, non volendo sciupare in un modo così comune la mia tortura delicata.

Tutto di lei mi piaceva, e sommamente le cose che un tempo m'erano dispiaciute; il mio desiderio s'inaspriva d'una torbida sensualità. Una mattina, insensatamente, mentr'ella si era fermata per comprar fiori, m'avvicinai. Ma quando le fui presso, e mi vide, si fece bianca più dei mughetti che teneva in mano, e lasciandoli cadere s'allontanò rapida. Non la rividi per tre giorni; poi tornò.

Giunse Paderewsky a Roma per dare tre concerti, e sapevo da Fabio ch'ella vi sarebbe andata. Anzi egli aveva l'incarico di fissare i posti, ch'erano assai contesi; uno per lei, l'altro per la viscontessa d'Andrassy, moglie d'un segretario dell'Ambasciata Belga. Fabio mi disse che il barone De Luca non amava la musica da camera. Accompagnai Fabio per vedere quali posti prendesse, e tornatovi tosto, fissai per me una poltrona dietro l'altre due, nella fila consecutiva.

Il giorno del primo concerto, quando entrai nella sala gremita, il grande Paderewsky già suonava; la sua testa d'angelo, placida e pura, sembrava sognasse le note che le sue mani andavano suscitando con un prodigio di maestria. Per non disturbare gli ascoltatori attesi l'intermezzo, appoggiandomi contro una colonna, quasi nascosto nella penombra, e fissando Edoarda, che istintivamente si volse.

La settima sinfonia di Beethoven volava sopra l'uditorio, che la commozione teneva sospeso in una specie di estatica immobilità; qualcosa di magico e di possente sollevava gli spiriti, come fiaccole accese, in una sfera paradisiaca di ebbrietà. E in quel momento, su l'ala delle note volanti, nella religiosa paura che incutono le grandi rivelazioni, quell'amore che non si dice, che fu, e poi morì, e poi risorse, quell'amore che divien umile dopo esser stato violento e si appaga di nulla dopo aver tutto sprezzato, si comunicò fra noi come una cosa tangibile, divenne materia, bacio, carezze, parola e sospiro fra le anime nostre, che ritornavano entrambe da un lontano esilio, portandosi [pg!337] fiori di rimembranza e di poesia, primavere di sogno e di musica dimenticata.

L'orchestra tacque; m'andai a sedere. La pelliccia di Edoarda, rovesciata su la spalliera della poltrona, toccava quasi le mie ginocchia, e, se mi fossi chinato in avanti, i suoi capelli m'avrebbero sfiorata la fronte. Intesi ciò che diceva, intesi la sua voce ancora, dopo tanti anni che più non la udivo. Il suo profumo mi veniva in faccia, qualcosa di lei fasciava i miei sensi nascostamente. Nel manicotto, semiappassiti, aveva i mughetti comperati la mattina in Piazza di Spagna.