Mille volte mi venne la tentazione di toccarla, in un modo qualsiasi, fuggevolmente; ma non osai. Solo, durante l'intermezzo, un amico il quale sedeva due file più avanti, si volse, mi vide e prese a parlarmi. Allora, per rispondergli, mi chinai un poco su la poltrona di Edoarda e le fui così vicino che mi pareva quasi di toccarla. Certo la mia voce dovette darle quel medesimo senso che a me dette la sua, perchè la vidi trasalir leggermente. Quando ci levammo entrambi per uscire, ella mi guardò in viso, pallidissima, piena d'un'estatica paura. Ed io, rimasto solo, mi scossi, come per cacciar dalle vene il turbamento che vi serpeggiava, e risi, e pensai a quella che aveva inaridito il mio cuore. Mi trovai puerilmente perverso; non l'amavo, e, sopra tutto, non la volevo amare.
Edoarda ritornò l'altre volte ai concerti, con la baronessa d'Andrassy, ma sedeva lontana e fu solo negli intermezzi che, levandomi, la potei vedere. Tutte le ambizioni della mia vita nuova convergevano in questa sola: possedere la donna che avrei dovuto sposare, contro la quale m'ero esasperato fin quasi all'odio. Un mio cuore fittizio mi faceva rivivere ad uno ad uno tutti gli episodi del legame spezzato, e, come s'ella non fosse più la stessa, mi tornavano alla mente i suoi gesti, i suoi baci, le inflessioni della sua voce, i sorrisi e le lacrime che avevano intessuta la storia del nostro lontano amore. Andavo per curiosità rileggendo alcune sue lettere, che m'erano rimaste per caso, e pur dicendomi che il tempo [pg!338] muta e travolge tutto, le somme felicità come i più acerbi dolori, tuttavia non potevo riconoscere nella sua nova bellezza di donna un poco altera, la timida fanciulla di un tempo, ch'era stata, nelle mie mani, quasi un trastullo fragile. Quel mio cuore fittizio la desiderava ora intensamente, la desiderava come un delicato vizio che potesse ancora infondere un po' di vita nella sua mortale aridità.
A poco a poco scordai qualsiasi prudenza; mi recai nelle case ove speravo di vederla, ed in una visita presso la contessa di Casciano finalmente l'incontrai. V'era un numeroso crocchio di signore, qualche uomo solamente; fra questi l'ambasciatore Palazzo, il contino Rainieri e l'onorevole Albizzi-Cerda, amante allora della contessa di Casciano. Era costei una signora più che trentenne, ancora piacente, per quanto non fosse mai stata bella; suo marito, arditissimo esploratore, era morto di febbre gialla durante un viaggio. Aveva due figlie cordialmente brutte, ma educate a Londra, il che significa professare una libertà di costumi a tutta oltranza dietro un'apparenza impeccabilmente puritana. Quando entrai nella sala, gli occhi di tutti corsero involontariamente da Edoarda a me, poi sùbito le conversazioni si spensero in uno di que' bisbigli curiosi, che sono il commento subdolo del pubblico ai colpi di scena così frequenti nella commedia mondana.
Alcune signore m'erano sconosciute; la padrona di casa mi presentò. Giunti che fummo davanti alla poltrona ove sedeva Edoarda, fingendo di conversare animatamente con una vecchia nobildonna ch'era mezzo sorda, la contessa di Casciano con la più soave ingenuità:
— Tu, cara, — le disse — conosci, credo, il conte Guelfo...
Edoarda, confusa, piegò il capo come per dire di sì. Le feci un inchino, rapido, e passai oltre. Ebbi la prudenza di non guardare nessuno, ma mi sentivo addosso gli occhi di tutti, molesti e beffardi. Senonchè la disinvoltura di Edoarda mi dette un grande stupore. Lungi dal cogliere sùbito un pretesto per andar via, o dal mostrarsi punto in imbarazzo, continuò a discorrere animatamente, come [pg!339] se nulla fosse accaduto, mettendo nelle sue parole un sale, una briosità, che non le conoscevo ancora. Di riflesso, mi trovai molto impacciato, e poichè la contessa di Casciano, in tutto squisita, ci teneva a farmi parlare, studiandosi di provocare il caso ch'io dovessi rispondere a Edoarda, o Edoarda a me, durai gran pena a non smentire quella fama che avevo di gaio e facile parlatore.
Dopo una ventina di minuti venne il Capuano. La sua faccia strabiliata, quando ci vide, per poco non fece ridere anche me. Non appena gli fu possibile avvicinarsi a me, che gli sfuggivo, mi trasse in disparte per sibilarmi sottovoce:
— Che novità son queste? Sei pazzo ora?
Io feci con le labbra un atto d'indifferenza e risposi leggermente:
— Perchè mai?