— A compiere il vostro dovere.

— Elena, vi ripeto, non burlatevi di me!

— Non mi burlo affatto. Se questo che mi avete detto è vero, non esitate, non esitate un istante, perchè, Germano, la cosa più terribile al mondo è quella di aver fatto soffrire.

E mi parve che un'ombra fugace passasse nel suo pallore.

[pg!29] Le andai presso; raccolsi nelle mie mani le sue, come per meglio comunicarle il mio pensiero:

— Elena, mi siete veramente un po' amica? Posso parlare con voi? Posso dirvi tutto?

— Ma sì, certo, certo.

Allora le raccontai la mia storia tristissima, le dissi di questo legame, contratto quasi involontariamente, e che diveniva ogni giorno più la catena insoffribile, il giogo sotto il quale avrebbero cercato invano di curvare la mia indipendenza.

— Sapete, — le dicevo, — io mi domando sempre come avvenne. Furono gli amici, le circostanze, dovrei dire il destino, se vi credessi. Vivevo a quel tempo una vita fastosa, inutile, sfrenata, e c'era una fanciulla che mi amava, che professava per tutto quanto era mio una religione appassionata e silenziosa. Cominciarono alcuni amici con dirmi: «Sai, Guelfo, sarebbe quasi tempo che prendessi moglie anche tu. Una fanciulla che ti vuol bene, graziosa, enormemente ricca, senza parenti fuorchè una vecchia zia... ebbene, cosa puoi desiderare di meglio?» — «Di meglio che la mia libertà? — risposi. — Nulla!» — E nemmeno vi pensai. Ma, vedete, qualche volta nasce contro un uomo, per condurlo a commettere una sciocchezza, quasi una vera e propria congiura di piccoli avvenimenti, che più tardi non si ricordano nemmeno più. Io, che la conoscevo appena, ebbi da quel tempo frequentissime occasioni di vederla, e quando le parlavo, la sua faccia s'imbiancava come se le facessi male. Sapeva tutto di me; aveva letti alcuni miei libri di viaggi; possedeva un mio quadro di molti anni addietro, che si chiamava, mi ricordo: La svernata in Abbruzzo; insomma ella mi venne incontro come chi ha sete va incontro alla fontana. Questo non mi diede nessuna gioia, tranne una grande stupefazione. Era la prima volta che imparavo a conoscere un'anima di signorina. Finchè, un giorno, in un albergo di campagna...

E le confessai la mia colpa, nel modo più naturale, come se parlassi d'un altro e raccontassi una storia udita per caso. Ella mi ascoltava senza perdere una sillaba, [pg!30] ritta contro il camino, con le due mani protese all'indietro verso il tepore del fuoco. Un contorno di luce rendeva più ferma l'immobilità de' suoi lineamenti.