— Bah!... se vuoi scherzare è un altro conto.
— Insomma: ti manda lei, per caso, a farmi questa ambasceria?
— Ah, no! Ecco non devi credere questo! D'altronde non l'ho ancora veduta.
— Ebbene, che colpa ne ho io, se, andando a visitare la contessa di Casciano, v'incontrai Edoarda?
— Ma le smanie di società, di visite, di balli, di pranzi, ti son dunque venute tutte in un colpo?
— M'annoio e cerco di svagarmi. Poi faccio il possibile per non perdere il mio posto nell'Olimpo. Sai... a questi chiari di luna!
— Va bene. E le passeggiate in Piazza di Spagna? E la Trinità dei Monti? E quel canocchiale che in teatro non abbassi un momento? Tutto questo è sempre per l'Olimpo, è vero? Ma, già!... tu non ti curi di niente! In fondo non hai mai avuto nè cuore nè senno; il tuo capriccio innanzi a tutto, e il resto... al diavolo!
— Ah, bene, senti... ora vai oltre i limiti! Fammi un santo piacere: parliamo d'altro!
Egli mi sogguardò con occhi obliqui, accese una sigaretta, si pose a cavalcioni d'una sedia e non parlò più.
Io mi feci con somma cura il nodo della cravatta, chiamai Ludovico perchè mi spazzolasse ben bene l'abito, misi un fiore all'occhiello, profumai il fazzoletto e presi da un tavolino le chiavi di casa.