Le finestre erano aperte, un'aria tepida e profumata gonfiava le tende, muovendo riverberi su gli specchi e suscitando qua e là un crepitìo sommesso dai vecchi mobili gonfi di sole. Vedevo le sfere d'una pendola di bronzo camminar lente sul quadrante acceso; il sole, picchiando sul terso metallo, tutta la inquadrava d'un'aureola multicolore.

Mi sentivo un poco stordito; nell'allucinazione del mio sogno vedevo passare continuamente sorrisi e fisionomie di donne che avevo altre volte aspettate in una camera [pg!358] come quella, contando i minuti lenti e sobbalzando ad improvvisi rumori.

Poi due grandi occhi m'apparvero, da tutti gli altri dissimili che nella vita guardai, limpidi e pure incomprensibili, che avevano l'irrealità delle cose lontane, e, leggeri come farfalle, mutando luogo, da tutt'intorno mi guardavano, venivano fin vicino alla mia bocca, socchiudendo le oscure palpebre, per lasciarsi baciare. E colei che mi seguiva invisibile, dovunque andassi, quella ch'era nell'aria del mio respiro e nel pane di cui mi nutrivo, quella ch'era chiusa nel mio cuore come in un sepolcro suggellato, si venne a distendere in silenzio sul vasto letto ricoperto, e disfece i suoi capelli color dell'oro e del bronzo, mi guardò e mi sorrise, chiamandomi con la sua voce d'una volta, la sua voce piena d'incanto, che suonava da una distanza irrevocabile.

Poi vicino mi passò la bionda immagine di una piccola creatura dal capo ricciuto, con le innocenti labbra color de' bòccioli, ma gli occhi già profondi e consapevoli... Evelyn si chiamava la bimba: io sapevo il suo nome, non ella il mio.

Allora, per cacciare que' fantasmi, sorsi in piedi, feci nervosamente il giro della camera, m'affacciai alla finestra, guardando fuori.

Di là dalla strada, dietro un muro alto di pochi metri, v'era un piccolo giardino, tutto in fiore. Una bimba vestita di rosso, con i capelli annodati in un gran ciuffo su la fronte, si dondolava sopra un'altalena che pendeva da un grosso ramo ritorto. C'era per terra, vicino a lei, un piccolo annaffiatoio rovesciato, e v'era una bambola con le vesti all'aria, buttata sul margine del sentiero, che impigliava tra i fili d'erba i suoi capelli di stoppa. Più in là, nel mezzo d'una corte, briaco di sole di forza e di fatica, un fabbro scamiciato accanto alla sua fucina picchiava e cantava con ira, levando il maglio formidabile sopra il metallo rovente. E il cielo pieno di luminosità, curvo come la volta di una basilica, si appoggiava con nuvole d'oro sui vertici delle colline lontanissime.

[pg!359] D'un tratto, in fondo alla strada, su l'angolo del crocicchio, intesi una vettura fermarsi, e, sporgendomi dal davanzale, ne vidi scendere una signora, che guardatasi d'attorno sospettosa, pagò in fretta il vetturino ed imboccò la strada, a viso basso, rasente il muro. Camminava tenendosi la gonna raccolta contro un fianco, l'ombrellino serrato sotto il braccio; portava un abito color di primavera, fra l'azzurro ed il verde oltremarino, con una frangia di pizzi sul petto, un cappello a fiori. Aveva una grossa catena d'oro girata intorno al collo, pendente a collana, per reggere un piccolo ventaglio ed un grosso mazzo di ciondoli, che in guisa d'una frivola bubboliera mandavan chiarori e tintinni al ritmo frettoloso del passo. Anche le fibbie delle sue scarpine luccicavano fuor dalla balza della gonna chiara.

Quando fu sotto la finestra da cui guardavo, si fermò impauritamente, come per riconoscere la porta...

E la bimba si dondolava su l'altalena, ridendo con la bambola dei capelli di stoppa; e il fabbro, nel pieno sole, con iraconda forza picchiava, picchiava.

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